La Verità. In corso di smontaggio la “riforma” renziana delle Bcc

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Mossa di governo e maggioranza sulle banche di credito cooperativo, in direzione contraria alla narrazione (e alla normazione) renziana. E, in questa cornice, un evidente e crescente protagonismo strategico leghista rispetto ai Cinquestelle.

 

Ieri, si è tenuto un vertice di maggioranza presieduto da Giuseppe Conte, con – tra gli altri – i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il sottosegretario M5S Stefano Buffagni, e i due presidenti delle Commissioni Finanze di Camera e Senato, Carla Ruocco (M5S) e Alberto Bagnai (Lega).

 

Nella logica renziana (e in base a una norma varata nel 2016) l’esercizio di attività bancaria in forma cooperativa diverrebbe possibile solo per i soggetti appartenenti a un “gruppo bancario cooperativo” (ad esempio, si pensi a quelli gravitanti intorno a Cassa centrale banca, Iccrea e Cassa Raiffeisen).

 

Da mesi, è in corso un vivo dibattito politico, oltre che nel settore, con in campo almeno due dubbi di fondo: per quale ragione si sia intervenuti (ai tempi di Renzi) in ambiti (le bcc e le popolari) che probabilmente non avrebbero richiesto riforme così nette; e come evitare che soggetti con specificità territoriale molto marcata siano sottoposti a meccanismi di vigilanza pensati e parametrati per altri tipi di istituto bancario.

 

Già questa estate, nel Milleproroghe, i gialloblù avevano dato un colpo di freno rispetto alla fretta renziana sul credito cooperativo, prevedendo una proroga di 180 giorni:una “moratoria”, com’era stata definita, o almeno un’opportuna pausa di riflessione, dopo un’eccessiva (e discutibile) azione legislativa.

 

Ieri, nel vertice, è stato preannunciato un pacchetto di emendamenti leghisti dai contenuti molto forti (di fatto, lo smantellamento dello schema Renzi): verrebbe meno l’obbligo di aderire ai gruppi unici, e si sancirebbe un maggior rispetto delle diversità e delle specificità territoriali, che prevarrebbero rispetto all’obbligo di mettersi sotto l’ombrello del “gruppo”.

 

Insomma, un chiaro no a un modello bancario “a taglia unica”, la volontà di evitare svendite, e un dubbio forte sulla possibilità di alimentare un mercato vibrante (si pensi – in un ambito limitrofo – al cattivo esito della “riforma” renziana delle popolari, più volte documentato da La Verità).

 

Secondo gli emendamenti leghisti, le Bcc, che non sarebbero più obbligate alla costituzione del gruppo, avrebbero “la facoltà di adottare, in alternativa, sistemi di tutela istituzionale” secondo il modello tedesco. Nei mesi passati si è molto evocato il cosiddetto Institutional protection scheme:in buona sostanza, una specie di rete, di accordo di responsabilità contrattuale. Obiettivo: sul modello delle Sparkasse tedesche, assicurare solvibilità e liquidità dei soggetti partecipanti. E una prima conseguenza ci sarebbe in termini di vigilanza: in questo caso, non si ricadrebbe nel perimetro di controllo della Bce, ma si resterebbe in quello della Banca d’Italia.

 

I contrari alla posizione leghista alzano la bandiera della stabilità del sistema. In particolare, i sostenitori dell’impostazione renziana temono che ulteriori modifiche o stop-and-go possano mettere a rischio gli investimenti, spesso già ingenti, realizzati da istituti e gruppi per adeguarsi alle novità normative.

 

Ma chi segue l’azione leghista sul tema (e ad esempio le iniziative di Bagnai, che presiede al Senato la Commissione Finanze, cioè la commissione che ha competenza diretta in materia bancaria) ipotizza almeno tre obiettivi praticabili.

 

Primo. Sulla strategia complessiva, gli emendamenti “demolitori” preludono in realtà alla ricerca di una mediazione ragionevole, di un punto di equilibrio.

 

Secondo. In termini di politica bancaria, Cassa centrale banca (in passato estremamente attenta ai renziani, e recentemente impegnata in un’interlocuzione serrata con i grillini) ora non potrà prescindere da un inevitabile confronto con la Lega e le sue proposte.

 

Terzo. In una logica di attenzione alle specificità territoriali e alle diverse strategie di politica bancaria, riconoscere “a ciascuno il suo”. Quindi, ad esempio, prendere atto delle differenti scelte di Trento e di Bolzano, e consentire  meglio a ognuno di perseguire la propria.

 

Daniele Capezzone

 

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