Recensioni. La seconda parte dei Diari di Antonio Maccanico

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Recensioni. La seconda parte dei Diari di Antonio Maccanico

 

Testimonianza lucida di un mondo politico diverso dall’attuale, visto da dentro con occhi disincantati. Il fattore umano (tra gelosie, manovre e sospetti anche di grandi protagonisti), e il gran traffico di relazioni e incontri al Quirinale.

 

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A distanza di qualche anno dal primo volume, esce per le edizioni del Mulino, a cura di Paolo Soddu, la seconda parte dei diari di Antonio Maccanico, quella relativa al periodo 1985-1989.

 

Siamo dinanzi a una personalità davvero notevole per cultura, lucidità, conoscenza normativa e istituzionale, e insieme per saggezza politica: Antonio Maccanico ha attraversato molti decenni di storia politica italiana. Prima come funzionario parlamentare, fino alla funzione di vertice di Segretario generale della Camera; poi come Segretario generale al Quirinale; poi diverrà presidente di Mediobanca; e infine si dedicherà all’impegno politico diretto, essendo più volte parlamentare e ministro, oltre che figura capace di dialogare ad ampio spettro, al di là dello schieramento politico di riferimento.

 

Negli anni oggetto di questi diari, non siamo ancora nella fase di impegno politico personale, ma negli ultimi anni al Colle: dopo il settennato di Sandro Pertini (largamente oggetto del primo volume dei diari, con un’aneddotica memorabile), al Quirinale è arrivato Francesco Cossiga, che confermerà Maccanico, ma con una diversa e assai meno simpatetica chimica personale. Maccanico resta per due anni e poi lascia l’incarico per passare a Mediobanca.

 

Chi scrive ama molto i diari, e – da lettore – li preferisce largamente alle memorie: queste ultime sono costruite con gli occhi del “dopo”, con una selezione accorta e in fondo condizionata dalle scelte successive di chi le scrive, mentre i diari, pur nell’inevitabile correzione successiva di autori e curatori, mantengono la freschezza della cronaca in divenire, minuto per minuto.

 

Che un uomo di solide relazioni e profonda conoscenza del sistema italiano come Maccanico faccia osservazioni lucide, non è ovviamente una sorpresa. Da questo punto di vista, nel consenso o nel dissenso, ogni pagina del volume offre materiale interessante. Del tutto arbitrariamente, mi limito a isolare tre considerazioni.

 

La prima riguarda la capacità di Maccanico (per doti personali, e naturalmente anche per incarichi ricoperti) di avere una visione d’insieme, uno sguardo a tutto campo: politico, economico, istituzionale. La scena italiana è piena di persone concentrate su aspetti singoli, su vedute ristrette, con una scarsa capacità di collegare eventi, di esplorare nessi di causalità, di intuire conseguenze. Maccanico, invece, in tutto questo eccelle, comunque la si pensi di ciò che scrive.

 

La seconda osservazione non può non balzare agli occhi: ed è il via vai di incontri, telefonate, questioni (da quelle piccole a quelle enormi) che il Segretario generale del Quirinale (è da presumere anche oggi, non solo ieri…) finisce per affrontare, istruire, e in ultima analisi decidere. Alcuni potranno trovare in tutto ciò motivo di apprezzamento per la dimensione vastissima della “moral suasion” presidenziale, degli spazi immensi che l’attuale Costituzione – di fatto – lascia nelle mani del Capo dello Stato, unico potere forte tra istituzioni debolissime, nell’impianto costituzionale del ’46-’48. Altri, come chi scrive, vi trovano invece conferma della necessità di passare all’elezione diretta del Presidente della Repubblica e a un assetto istituzionale diverso: è impensabile, come accade ora, che così tanto potere sia gestito senza un mandato popolare diretto. Certo, comunque la si pensi, impressiona il traffico (proprio nel senso stradale) di incontri e relazioni dettagliatamente descritte nei diari.

 

Per gli appassionati di politica pura, sono tra l’altro interessantissime tutte le vicende (in cui Maccanico gioca un ruolo tutt’altro che laterale) che portano, in occasione delle elezioni europee del 1989, alla presentazione di una lista unitaria di liberali, repubblicani e radicali. Non anticipo nulla per non togliere a chi leggerà il libro il gusto di scoprire da sé, nella versione di Maccanico, i comportamenti di ciascun attore, da La Malfa a Pannella, passando per Altissimo, e senza trascurare le reazioni del leader del Psi Craxi.

 

Resta infine spazio per una terza considerazione più di fondo, forse la testimonianza più importante che viene dalla lettura del volume. Non solo un mondo politico totalmente diverso, con un ruolo assai meno importante giocato dalla comunicazione a beneficio delle tessiture di palazzo. Ma soprattutto un affresco umano non di rado deludente di leader reciprocamente gelosi, invidiosi, sospettosi: un gran manovrare in cui il fattore umano, e l’eterno teatro delle ambizioni, sembra largamente prevalente sulla limpida battaglia delle idee e delle convinzioni.

 

Non escludo che, con stile volutamente asciutto e una punta di ironica perfidia, Antonio Maccanico abbia voluto restituirci proprio questa “fotografia”, nella galleria di personaggi che si affollano pagina dopo pagina.

 

 

Daniele Capezzone

 

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A cura di Paolo Soddu, “Il tramonto della Repubblica dei partiti – Diari di Antonio Maccanico 1985-1989”, edizioni Il Mulino 2018

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