La Verità. Se il Pd dice bugie pure sui moltiplicatori…E quel doppio standard su Tria

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Si può pensare qualunque cosa della Nota di aggiornamento al Def e della prossima legge di bilancio, di cui il ministro Giovanni Tria ha fornito solo alcune prime coordinate. Ma onestà intellettuale imporrebbe a tutti (specie ai contrari) di non adottare standard diversi a seconda del fatto che il governo sia “amico” o “nemico”, e anche di non avere perdite (intermittenti e selettive) di memoria.

 

Cominciamo dal rapporto deficit/Pil, l’ormai famoso 2.4% scelto dal Governo e giudicato da alcuni aiutanti italiani di Juncker e Moscovici come una provocazione. Più volte la Verità ha dimostrato che è vero il contrario. Non solo perché le manovre targate Renzi-Gentiloni-Padoan si attestavano al 3, al 2.6, al 2.5 e al 2.4%. Ma anche perché molti politici stranieri che strillano come aquile (francesi in testa) a casa loro da anni si guardano bene dall’incatenarsi ai parametri che considerano sacri (per gli altri).

 

Oggi forniamo un elemento in più. Nella Nota di aggiornamento i governi indicano prima la crescita “tendenziale”, cioè quella che ci sarebbe l’anno nuovo a legislazione esistente (se il Governo non facesse nulla), e poi uno scenario “programmatico”, cioè i numeri che il Governo si attende a seguito dell’attuazione della sua manovra.

 

Il Governo Conte (se non facesse nulla) registrerebbe per il 2019 uno 0.9% di crescita tendenziale, con un rapporto deficit/Pil all’1.2%. Ma il Governo punta su un deficit al 2.4%. Fermiamoci un istante: molti (incluso chi scrive) non sono affatto convinti che all’aumentare del deficit automaticamente ci sia anche più crescita. Si tratta di capire perché un Paese stia spendendo di più: sta tagliando le tasse (bene) o sta sprecando denaro (male)? Esistono biblioteche intere sulla diversa opinione tra chi ritiene che siano più efficaci i tagli di tasse o interventi di maggiore spesa pubblica.

 

Ma sta di fatto che da anni, con esecutivi di ogni colore e con l’avallo dell’Ue, i governi proiettano la maggiore spesa prevista in maggiori previsioni di crescita, in modo più o meno prudente, a seconda del moltiplicatore che usano. In questa manovra, partendo da una crescita che sarebbe stata dello 0.9, il Governo, con cautela, non ritiene che tutta la spesa in più (deficit che sale da 1.2 a 2.4%) diventi nuova crescita, ma si limita a prevedere per l’anno nuovo una crescita dell’1.5%. Insomma, pur aumentando il deficit di 1.2, si limita a calcolare un effetto sulla crescita pari alla metà (aggiungendo solo uno 0.6 allo 0.9 di crescita già prevista). Usa cioè un moltiplicatore cautissimo (0.5). Tradotto brutalmente: di tutto il denaro che il Governo “pompa” nella manovra, è come se ritenesse che solo la metà si tradurrà in nuovo Pil.

 

Vediamo invece cosa fece Padoan tra il 2016 e il 2017. La previsione per il 2017 senza fare nulla sarebbe stata di una crescita dello 0.6 (con un deficit all’1.6). Ma la decisione fu (al tempo della NaDef: poi le cifre salirono ancora) di portare il deficit al 2. E che impatto previdero sul Pil? Elementare, Watson: trasferirono integralmente sulla crescita lo 0.4% in più di deficit, portando la previsione sul Pil all’1%. Usarono cioè un moltiplicatore 1, il doppio di quello utilizzato stavolta. Un criterio molto meno prudente.

 

A meno di nostre omissioni, se ne sono meritoriamente accorti e ne hanno scritto (dai loro rispettivi punti di vista) solo due politici di schieramento diverso: Stefano Fassina, deputato LeU, e Alberto Bagnai, presidente leghista della Commissione Finanze del Senato. Troppi altri criticano sulla base di un clamoroso doppio standard.

 

Oppure sulla base di vistose amnesie. Ad esempio, molti oppositori presentano il parere negativo di un organo consultivo come l’Ufficio parlamentare di bilancio alla stregua di un responso dell’Oracolo di Delfi. Ma omettono di ricordare che analogo parere negativo fu dato dall’Upb nel 2016 sulla manovra Renzi-Padoan, i quali se ne fregarono e procedettero.

 

Da ultimo, una curiosità ai limiti del surreale. Per mesi, Tria è stato presentato da oppositori e giornaloni come un argine, un baluardo, una delle poche persone serie tra selvaggi veri o presunti. I più scatenati contro i gialloblù si rivolgevano a lui come un’àncora di salvezza, e i retroscena dei giornaloni ce lo descrivevano come la vestale del rigore, la prosecuzione di Padoan con altri mezzi.

 

Adesso, solo per il fatto che non ha voluto far saltare il banco, è in corso una character assassination, e Tria è presentato come un poveretto a cui bisogna spegnere il microfono per evitare che dica bestialità. Ora, si può pensare l’una o l’altra cosa, che Tria sia un genio o un pirla. Ma che sia contemporaneamente entrambe le cose pare difficile.

 

Daniele Capezzone

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