La Verità. Il Pd e il pulsante autodistruzione

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La migliore consolazione per un ubriaco è avere almeno un lampione amico a cui appoggiarsi. Ma se spariscono pure i lampioni, la caduta rischia di essere ancora più umiliante e rovinosa. È il caso del Pd, la cui crisi sta diventando un problema non solo per la sinistra, ma per l’intera democrazia italiana. Proviamo a ricostruire le ultime scene del film horror, una più pulp dell’altra.

Scena uno. Ci sono 41 morti a Genova, ancora tanti dispersi, 700 sfollati, familiari inconsolabili delle vittime, soccorritori commoventi, in un impasto drammatico di dolore, dignità, rabbia. Eppure per giorni il Pd e la stampa di riferimento hanno focalizzato la loro comunicazione sugli errori (veri o presunti) del Governo, sulla difesa della società Autostrade, sul capello spaccato in quattro su tutto. Risultato? I funerali di ieri: con Martina, la Pinotti e la delegazione Pd accolti da sonori fischi e dal grido “vergogna, andatevene!”.

Scena due. Matteo Renzi, l’uomo che aveva promesso solennemente due anni di silenzio, e che da quel momento ha ripreso a parlare più di un predicatore nero in una chiesa battista a Harlem, decide di farsi ancora del male. Apre su Twitter una sequenza di messaggi con l’aggressivo hashtag #OraBasta. Un attacco livoroso al Governo, non di rado con passaggi tragicomici, visto che anche a un acrobata sarebbe stato difficile spiegare come mai il Governo Renzi (si veda l’emendamentino allo Sblocca Italia dell’ineffabile ministro Lupi) abbia consentito la proroga delle concessioni senza gara fino al 2038. Renzi non ha bisogno dei nostri consigli (sa benissimo sbagliare da solo), ma, fossimo in lui, leggeremmo le quintalate di insulti che ha rimediato. Ormai, perfino al di là delle sue stesse responsabilità, è diventato uno degli uomini più odiati d’Italia. Vale la pena di continuare a provocare l’opinione pubblica, anziché interrogarsi sui propri errori?

Scena tre. Mentre il povero Martina insegue Renzi (unico “guizzo di originalità”, scrivere su Twitter “adesso basta” invece che “ora basta”), a compiere un altro atto suicida ci pensa Matteo Orfini, il presidente del partito. Quando una sconfitta va trasformata in catastrofe, chiamano lui. Cos’ha escogitato lo stratega barbuto, rimediando a sua volta una vagonata di contumelie? Al grido di #puliamoFacebook, ha lanciato un modulo Google per denunciare le fake-news. Quindi, ricapitolando: sui morti e la necessità di accertare i responsabili, praticamente zero. In compenso, insulti agli elettori che votano per il Governo, e opinioni diverse qualificate implicitamente come spazzatura da ripulire. Tra l’altro, non si capisce da quale pulpito il Pd possa parlare di fake-news, dopo la martellante campagna sul presunto raid razzista contro Daisy, finito nella frittata di Moncalieri.

Scena quattro: entra in campo Luigi Marattin. Per capirci, quando perfino Orfini va in corsia d’emergenza, Marattin accelera e va in corsia di sorpasso. Il giorno della tragedia di Genova, con i cadaveri ancora caldi, aveva auspicato (testualmente) che la prossima volta gli italiani con il proprio voto potessero “rimandare nella fogna quelle miserabili teste di cazzo che hanno il coraggio di sparare fesserie su spread e austerità”. Immaginatevi le reazioni: un pandemonio. Dopo questo contributo di equilibrio e moderazione, Marattin (un tipo capace di scavalcare in autolesionismo perfino la Moretti e la Morani), ha pensato bene di segnalare il Governo alla Consob per attacco alla stabilità di Atlantia (pazienza per la stabilità del ponte: le priorità sono priorità…) e per la messa in pericolo dei piccoli azionisti (nei casi di Banca Etruria e Monte Paschi, invece, i piccoli azionisti dovevano essersi goduti una specie di curetta ricostituente). La giornata di Marattin è stata scandita da un clamoroso litigio su Twitter pure con il simpaticissimo e mite Osho (l’uomo delle foto con didascalia fulminante), una persona che in altra epoca andava dal portavoce Filippo Sensi a sorridere con Renzi (insomma, non certo un osservatore ostile alla sinistra).

Scena cinque, fuori dal Pd. Che fanno i compagni di Radio Popolare, storico tempio della sinistra-sinistra? Si avventurano in una spericolata difesa dei Benetton. Leggere per credere: “Di Maio e soci hanno montato una campagna di aggressione contro un gruppo industriale, e, ancora più grave, contro delle persone in carne e ossa, i Benetton”. Praticamente – per restare a sinistra – una rivisitazione del celebre “sogno al contrario” del comico Paolo Rossi, quello in cui i genitori rimproveravano il figlio per essere tornato troppo presto la sera: “Ma sei già qui? Vuoi morire vergine? Prima ciuli, poi fai i compiti!”. Ecco, ora a sinistra prima si difende il concessionario, poi ci si occupa del resto.

Abbiamo scherzato, ma amaramente. Questo Governo ha maledettamente bisogno di un’opposizione vera, di critiche credibili (a noi pare che ogni giorno se ne perda l’occasione), così come la democrazia italiana richiede un’alternativa, opzioni diverse tra cui gli elettori possano scegliere. Ma il Pd sembra attratto irresistibilmente dall’autodistruzione.

Daniele Capezzone

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