La Verità. Chi comanda? Juncker o Selmayr?

il

Miracolo a Bruxelles: Lazzaro si alza e cammina un’altra volta, anzi
vola in business class.

Ma procediamo con ordine. Prima, un doveroso riassunto delle puntate
precedenti: la scorsa settimana, in occasione del vertice Nato, il
Presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean Claude
Juncker, si era esibito in un classico del suo repertorio: andatura
barcollante, due colleghi a sorreggerlo, sorriso stralunato.

Il giorno dopo, nel panorama della stampa italiana, solo La Verità si
è permessa il lusso di dire che il re è nudo, offrendo due diverse
ipotesi. La prima: come tanti sussurrano, il Presidente della
Commissione potrebbe avere un problema di abuso di sostanze alcoliche
(un giretto su Google e su YouTube vi mostrerà scene indimenticabili).
La seconda: Juncker ha un problema grave di salute, ma allora tiri
fuori un certificato medico, faccia chiarezza, e si dimetta. Perché se
sta così male, di tutta evidenza non è in grado di prendere decisioni
per conto di 500 milioni di cittadini europei.

La grande stampa, come spesso capita, si è attestata sulla linea
“troncare, sopire…”: anzi, ha provveduto con zelo a spacciare la
velina diffusa dai portavoce della Commissione, con la tragicomica
giustificazione di una “sciatica”. Come se la sciatica procurasse
risate isteriche. Altri giornalisti di stanza a Bruxelles, sempre
preoccupati di compiacere le proprie fonti dentro i palazzi Ue, si
erano affrettati su Twitter a smentire la tesi “alcolica”, e anzi
avevano colpevolizzato chiunque avesse dubbi in proposito, aggiungendo
con aria compunta che “sulla salute non si scherza”. Insomma,
vergognatevi se vi pare che Juncker abbia esagerato con
l’ammazzacaffè: poverino, sta male, soffre per voi. A corredo di tutto
ciò, presunti bene informati avevano fatto circolare
semiclandestinamente la storia lacrimevole di uno Juncker costretto ad
arrivare al vertice in sedia a rotelle, e che poi, a prezzo di
sofferenze indicibili, aveva trovato la forza e il coraggio di alzarsi
e trascinarsi.

E’ passata una settimana, e – questa è la notizia – proprio come
nell’episodio evangelico, Lazzaro-Juncker si è miracolosamente ripreso
(sarà stata una tisana anti-sciatica?). Di più: in pochi giorni, è
volato in Cina e in Giappone per missioni commerciali. E, se Trump
confermerà l’appuntamento, il redivivo Juncker potrebbe anche
raggungerlo negli Usa il 25 luglio prossimo: insomma, in 7 giorni, dai
barellieri al triangolo Pechino-Tokyo-Washington.

A questo punto non si scappa, e si torna alla nostra doppia ipotesi: o
Juncker sta benissimo, ed è bastato fargli bere per qualche giorno
acqua non gassata per averlo in servizio in Estremo Oriente, oppure
c’è una gestione degna dell’Urss di Breznev dell’informazione sulle
sue condizioni di salute. La pensa così anche il settimanale inglese
Spectator, autorevole testata conservatrice, che ha pubblicato un
articolo dall’inequivocabile titolo “Jean Claude Drunker”.

Nell’articolo, lo Spectator rilancia un altro tema caldo: il ruolo del
braccio destro del lussemburghese. Tutto nasce infatti, come nei
migliori film di spionaggio, o come nei romanzi sui servizi segreti
dell’Est prima della caduta del Muro, da un nome senza un volto:
Martin Selmayr. E’ lui, funzionario tedesco onnisciente e
onnidecidente, rigorosamente non eletto da nessuno, sconosciuto a
mezzo miliardo di europei, l’uomo che è riuscito a scalare il vertice
della burocrazia Ue.

Di lui, Wolfgang Schäuble, una figura potentissima della politica
tedesca, ex ministro delle finanze e superfalco, non certo una
mammoletta, scherzando ma non troppo, disse una volta che la
differenza tra Selmayr e Dio è che “Dio sa di non essere Selmayr”.
Ora, se uno degli uomini chiave della politica tedesca degli ultimi
vent’anni, tra l’altro non esattamente noto per il senso
dell’umorismo, parla così di un funzionario, comprendete bene che la
faccenda è maledettamente seria.

Chi è Selmayr, dunque? Questo signore è da anni stretto collaboratore
e capo di gabinetto dell’ineffabile Juncker. Ma soprattutto Selmayr è
iperattivo politicamente, ben al di là di quanto compete a un
funzionario: ad esempio, pare sia stato lui il responsabile delle
fughe di notizie e dei leak (pro stampa tedesca) per sabotare i primi
incontri tra Ue e Regno Unito sul negoziato Brexit.

Soprattutto, mesi fa, è stato lui, con procedure anomale, a farsi
nominare vice-segretario generale (cioè vice-capo dell’intera
burocrazia Ue), sapendo bene che, nelle ore successive, il capo, tale
Italianer (lo stesso coinvolto nell’assegnazione dell’Ema ad Amsterdam
a spese di Milano) si sarebbe dimesso, lasciandogli così le chiavi
della macchina organizzativa bruxellese, un esercito di 32 mila
dipendenti.

Numerosi parlamentari europei hanno chiesto spiegazioni alla
Commissione (cioè al governo europeo) sulle procedure di nomina, ma
alla fine della fiera il corpaccione Ppe-Pse a guida tedesca ha fatto
muro, e in troppi si sono accontentati di una vaga disponibilità della
Commissione a chiarimenti sulla procedura di nomina. Ma la sostanza è
che Selmayr si è tenuto il posto: vertice assoluto di funzionari e
burocrazia (lo ripeto ancora: 32 mila uomini), avendo accanto, come
autorità politica, uno Juncker nelle condizioni che tutti abbiamo
visto.

Come suol dirsi, la domanda nasce spontanea: chi è al volante? Chi
guida? Juncker o Selmayr? Onestamente, sarebbe l’ora di andare fino in
fondo. Nel 1999, la Commissione Santer fu costretta alle dimissioni da
una storiaccia di cattiva gestione. E’ davvero incredibile che nessuno
agisca per fare piena luce, stavolta, e per cacciare la Commissione
Juncker.

E soprattutto per chiarire che l’asse franco-tedesco (o
germano-francese) non può pretendere di avere la botte piena (potere
politico), la moglie ubriaca (potere burocratico), e pure l’uva nella
vigna (umiliazione di ogni realtà scomoda: Regno Unito, gruppo di
Visegrad, Italia).

Peggio ancora: tutto ciò accade in assenza di qualunque seria
possibilità di controllo dei cittadini, degli elettori europei, che
devono sbirciare le notizie solo su pochi giornali, senza alcuna
possibilità di controllare una classe burocratica che ha preso il
controllo, perfino al di là dei decisori politici, impegnati tra
sciatiche e brindisi.

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