La Verità. Se Saviano (non) risponde a Veronesi

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Chissà se Sandro Veronesi sarà rimasto soddisfatto nel leggere la risposta (la non risposta) di Roberto Saviano, che gli è giunta ieri mattina su Repubblica. Riassunto delle puntate precedenti: l’altro giorno, sul Corriere, lo scrittore Veronesi, con prosa estenuata e dolente, aveva convocato Saviano e altri “vip della bontà” per una missione ad alto impatto simbolico: portare i loro corpi e i loro spiriti, onusti di gloria e di impegno civile, sui barconi delle Ong, per testimoniare anche fisicamente la dura lotta degli intellettuali contro la barbarie populista e l’inciviltà del governo.

 

A un simile richiamo – direte voi – si risponde con un chiaro sì o un chiaro no. E invece vi sbagliate. Saviano infatti ha impiegato una mezza lenzuolata di parole, sospiri, lacrime, autocelebrazioni, invettive, per non dare un riscontro univoco. In compenso, ci ha comunicato due notizie: la prima è che di mestiere fa il “tuttologo” (lo avevamo intuito, ma ora giunge la conferma ufficiale), la seconda è che lui è una specie di nuovo Giacomo Matteotti. Ma procediamo con ordine e mettiamoci negli scomodi panni di un trepidante Veronesi, già all’alba di ieri nervosamente davanti all’edicola in attesa della risposta dell’Oracolo campano.

 

L’inizio sembra incoraggiante per Veronesi. Scrive Saviano: “Condivido: dobbiamo chiamarci, guardarci negli occhi e tornare a superare la paura”. E quindi si parte? Un momento, perché prima Saviano si dedica all’argomento su cui è più preparato: se stesso. “Quando prendi una parte – lamenta – subito ricevi l’accusa di essere tuttologo. Io ci sono abituato, ma il mio lavoro è questo”. Segue una lunga filippica sul fatto che non possa occuparsi solo di mafia: ci deve rieducare su tutto, non su una sola materia.

 

Nel frattempo se n’è andata la prima colonna fitta fitta dell’articolo, e ancora non s’è capito se Saviano parte o no. Macché, ha appena iniziato a parlare del suo martirio: “L’attacco agli intellettuali è il primo passo totalitario che può fare una democrazia”. Quindi, prendete nota: se non siete d’accordo con lui, siete per lo meno fascisti. Ma Saviano non si spaventa: “Questi attacchi avvelenano la vita. Non devo tacere io, ma dovete parlare voi, smentendo le bufale. La paura ha fatto avanzare queste ombre funeste che, da invidia e rabbia verso chi viene considerato privilegiato, sono diventate odio cieco verso chiunque”.

 

Immaginiamo la muta disperazione di Veronesi: “Allora Roberto, fammi capire: parti o non parti con me?”. Niente. Saviano ha iniziato il comizio, e non lo ferma più nessuno. A un certo punto, sembrerebbe esserci un filo di speranza per Veronesi, quando Saviano si lascia sfuggire: “Mi piace il tuo invito a portare corpi resi riconoscibili dalla fama sulle imbarcazioni che salvano vite umane. Ma…”. Come “ma”? “Ma mi tradiscono le mie origini, sono nato a Napoli e cresciuto in una terra che un tempo era chiamata Terra di lavoro”. Quindi chi è di Napoli non si può forse imbarcare subito?

 

Saviano riparte, e ci offre un’antologia del suo repertorio più classico: “La vera rivoluzione oggi è essere moltiplicatori di empatia”, “le scorciatoie esistono per tutto”, “che talento ha Salvini se non quelli di creare il panico?”. E poi il passaggio che avrà fatto gelare il sangue a Veronesi: “Sandro, prima ancora che a salire sulle imbarcazioni delle Ong, invito le persone che hai citato a far sentire la propria voce senza paura, e sarà il coraggio di tutti noi a ricacciare questo rigurgito nella fogna da cui è uscito”. Traduzione dal savianese all’italiano: prima scriviamo, ci facciamo intervistare, rimediamo qualche ospitata televisiva, si guadagna tempo, poi – eventualmente – si vedrà se e quando partire. Palla lunga, insomma.

 

Ma Saviano è incontenibile: “E’ un vecchio gioco: Giacomo Matteotti venne calunniato sistematicamente dalla canaglia fascista che poi arrivò ad ammazzarlo, non essendo riuscita a ucciderlo con le calunnie”. Ricorriamo ancora al traduttore automatico: chi critica Saviano è un fascista, e Saviano svolge oggi una funzione civile paragonabile a quella di Matteotti. “I fascisti ricattavano: se hai, zitto e non parlare. Ma non bisogna cedere al ricatto, le nostre opinioni devono essere libere senza temere di doversi giustificare perché l’autocensura quando si ledono i diritti è un lusso che nessuno di noi può permettersi”.

 

Finalmente, e siamo ormai alla fine della lenzuolata, Saviano si ricorda di Veronesi, che immaginiamo ormai accasciato sulla paginata di Repubblica: “La tua, Sandro, era una lettera alta”. E già l’”era” fa capire un po’ di cose. “Voleva parlare allo spirito, io mi calo invece sempre nella materialità, nella fisicità della battaglia che deve contemplare i corpi a difesa dello Stato di Diritto” (con Saviano c’è sempre un trionfo di maiuscole). “Caro Sandro, io ci sto, questa battaglia la combatto da anni e non ho alcuna paura di perdere perché sono certo di una cosa: saremo più grandi noi nella nostra sconfitta, che loro in questo barbaro trionfo”. Traduttore automatico: caro Sandro, scriviamoci, soffriamo insieme, ma non so se ci vediamo al molo, ti farò sapere, eventualmente vai avanti tu.

 

Daniele Capezzone

 

 

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