IL LIBRO DEL VENERDI’ – FEDERICO CARTELLI E IL MODELLO SVIZZERO. UN SUGGERIMENTO PER L’ITALIA (CON PREFAZIONE DI GIANCARLO PAGLIARINI) – Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone – numero 305, 28 luglio 2017

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IL LIBRO DEL VENERDI’ – FEDERICO CARTELLI E IL MODELLO SVIZZERO.

UNA LUNGA CAVALCATA STORICA E UN SUGGERIMENTO ALL’ITALIA: FEDERALISMO, SUSSIDIARIETA’, DIMAGRIMENTO DEL POTERE CENTRALE, INIEZIONI DI DEMOCRAZIA DIRETTA, SONO GLI ATTREZZI MIGLIORI PER GOVERNARE LE DIVERSITA’.

DA SEGNALARE ANCHE UNA SPLENDIDA PREFAZIONE DI GIANCARLO PAGLIARINI

 

Oggi Giuditta’s files recensisce “Storia del federalismo elvetico” di federico Cartelli (Streetlib, 2017, con prefazione di Giancarlo Pagliarini)

 

La scorsa settimana, recensendo il volume di Lorenzo Castellani e Alessandro Rico (“La fine della politica?”, ed Historica, 2017), abbiamo citato un passaggio in cui Castellani evoca il modello svizzero.

Chi è interessato ad approfondire il tema può leggere il saggio di Federico Cartelli (autore già recensito qui, per il suo “A Trump romance – Cronaca di un’elezione mai annunciata, ed. La Vela, 2016) dedicato proprio all’evoluzione storica del modello federale elvetico.

La cavalcata di Cartelli attraverso i secoli è appassionante e istruttiva. Cito in ordine sparso: la nascita di un primissimo nucleo confederale tra il 1200 e il 1300, tra cantoni, città libere, un primo corpo delle leghe elvetiche, con a latere una serie di alleati legati da patti di varia natura; poi il protettorato francese nel 1798, che doveva essere una “liberazione” e si rivelò invece un’”invasione”; a seguire, il ripristino di un regime confederale (sia pure contraddittorio, tra federalismo e centralismo) attraverso l’”atto di mediazione” voluto da Napoleone; poi, nello spirito di restaurazione del Congresso di Vienna, nel 1815, il patto federale che superò l’eredità repubblicana e rivoluzionaria francese; poi la cosiddetta fase della rigenerazione; poi i conflitti politici e religiosi (si pensi all’espulsione dei gesuiti dal territorio elvetico) che innescarono la guerra civile degli anni Quaranta dell’Ottocento; quindi il processo costituente del 1848 e la revisione del 1874; e infine le modifiche intervenute nel secondo Novecento.

Su ciascuno di questi passaggi, attraverso otto secoli, Cartelli posa lo sguardo in modo documentatissimo ma agile. E soprattutto – quel che più conta – ci invita a guardare non i singoli “alberi”, ma la “foresta”, cioè il senso profondo, costituzionale, sociale e politico, dell’esperimento elvetico.

Sintetizzo quattro elementi. Primo: la necessità di gestire una realtà non omogenea, da sempre multilinguistica e multireligiosa. Allora il federalismo si rivela non solo un modo per limitare il potere centrale, ma anche – e soprattutto – per far sentire tutti inclusi, per creare una coesione nella diversità.

Secondo: la sussidiarietà. Preferire, ove possibile, il privato rispetto al pubblico, e le istanze locali più vicine ai cittadini rispetto ai livelli centrali più lontani.

Terzo. Uno stato federale minimo (ma per davvero, non solo a parole!) garantendo il massimo di autonomia (e chiedendo il massimo di collaborazione reciproca) ai cantoni.

Quarto. Iniezioni robuste di democrazia diretta referendaria come integrazione costante di ciò che viene deciso con gli strumenti della democrazia rappresentativa.

Il cuore del saggio di Cartelli sta proprio qui, nel suo invito, descrivendo l’esperimento federale svizzero, a trarne una lezione per una realtà come quella italiana che per definizione è disomogenea (geograficamente, storicamente, culturalmente, economicamente).

Da segnalare anche una splendida (non solo bella: proprio splendida!) prefazione di Giancarlo Pagliarini, voce libera della politica di qualche anno fa, pioniere del federalismo in Italia, tuttora animatore di iniziative culturali di grande interesse, che scatta la “fotografia” d’insieme. Sono proprio quel mix (meglio “basso” che “alto”, meglio privato che pubblico, meglio informale che formale), proprio quella gestione intelligente delle diversità, quella scommessa sul binomio libertà-responsabilità, quell’idea di una istituzione federale il cui centro non è sovrano ma delegato, e anche (diciamolo!) quel ridimensionamento della politica come occupazione del potere, ad aver fatto della Svizzera un paese che occupa i primissimi posti delle graduatorie mondiali sulla competitività.

Certo, l’obiezione è facile: siamo dinanzi a un territorio piccolissimo, incomparabile alle grandi dimensioni con cui devono fare i conti altri apparati statali. Verissimo: ma solo la tirannia dello status quo e la superstizione possono impedire di pensare che quelle ricette di potere diffuso, non accentrato, più vicino ai cittadini, non possano essere tentate e sperimentate anche su una scala più vasta.

 

 

 

 

 

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