IN AULA SUL FISCAL COMPACT: INTERVENTO E MOZIONE (NON ACCOLTA DAL GOVERNO, OVVIAMENTE). RINEGOZIARE TUTTO IN UE. E SUL PAREGGIO DI BILANCIO, QUEL CHE CONTA E’ IL LIVELLO A CUI LO REALIZZI…- Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone – numero 250, 12 maggio 2017

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IN AULA SUL FISCAL COMPACT: INTERVENTO E MOZIONE (NON ACCOLTA DAL GOVERNO, OVVIAMENTE).

RINEGOZIARE TUTTO IN UE. E SUL PAREGGIO DI BILANCIO, QUEL CHE CONTA E’ IL LIVELLO A CUI LO REALIZZI…

Ecco l’intervento tenuto in Aula per sostenere la nostra mozione per una rinegoziazione dei trattati Ue (a partire dal Fiscal Compact). Sotto, il testo della mozione:

 

Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il deputato Capezzone. Ne ha facoltà.

DANIELE CAPEZZONE. Grazie, signora Presidente.

Signor Vice Ministro, il Governo sa – nel consenso o quasi sempre nel dissenso – la serietà con la quale cerchiamo di ascoltare le tesi, che ci vengono proposte. Il Vice Ministro sa anche che, dai banchi di questa opposizione di Direzione Italia, sono sempre venute delle proposte e, nel nostro piccolo, una visione, non degli slogan, non degli spot, ma il tentativo di inserire queste proposte in un’architettura complessiva.

Una premessa e tre considerazioni.

La premessa. Da questi banchi, anche in diverse leggi di stabilità, rompendo dogmi, rompendo tabù per altri, dicevamo che anche il vincolo del 3 per cento poteva essere messo in discussione. Poteva essere messo in discussione, nella nostra visione, non però per finanziare regalini elettorali occasionali (gli 80 euro) o regali elettorali futuri (redditi di cittadinanza), ma per una grande operazione, che avevamo chiamato e chiamiamo di shock fiscale, un grande taglio di tasse, accompagnato da un corrispondente taglio di spesa, nel tentativo di affrontare quello che è il vero problema italiano di competizione con gli altri Paesi: un total tax rate, una pressione fiscale e contributiva sulle nostre imprese, con un differenziale che è spaventoso rispetto agli altri Paesi e ci mette fuori competizione. Questa avrebbe dovuto essere e dovrebbe essere l’ossessione dei Governi italiani. Ahimé, non è stato così né per i Governi di centrodestra, né per i Governi di vecchio centrosinistra, né per i Governi tecnici, né per il Governo Renzi, né per il Governo Gentiloni.

Sulla base di questa premessa noi formuliamo tre proposte.

Numero uno, quella di cogliere l’occasione del grande negoziato che ci sarà tra Londra e Bruxelles su Brexit, per una rinegoziazione complessiva tra i ventisette Paesi europei. Anziché avere come portabandiera europeo uno Juncker – che si esprime in modo, devo dire, sgarbato e sgrammaticato nei confronti del popolo e degli elettori inglesi e non credo renda anche un buon servizio ai ventisette Paesi europei -, all’Europa converrebbe cogliere l’occasione di quel negoziato per ridiscutere le nostre regole e – ecco la seconda osservazione – per ridiscuterle nel senso della flessibilità.

Lei lo sa, signor Viceministro, questa è la nostra ossessione: per ridiscuterle dicendo “no” a una prospettiva di omogeneizzazione fiscale e, semmai, valorizzando elementi di competizione fiscale. sicché i sistemi a tasse basse fungano da modello per quelli a tasse alte nell’intera Ue.

Terza osservazione, che riguarda, però, i nostri compiti a casa, e spiace che anche su questo il Governo ci dica “no” a una richiesta di impegno per una politica interna di riduzione di tasse, spesa e debito. Infatti, in discussione non è il principio del pareggio di bilancio. In discussione è il livello a cui realizzi il pareggio di bilancio. Se il pareggio di bilancio lo realizzi al 30 per cento di spesa e tasse, sei in una dimensione di Paese occidentale e di economia di mercato. Se il pareggio di bilancio lo realizzi al 52 per cento di spesa sul PIL e con il total tax rate che evocavo in apertura, sei in una situazione in cui ti ritrovi fatalmente fuori competizione.

Continueremo da questi banchi – lo abbiamo fatto in modo critico qualunque fosse il Governo – a riproporre questa linea: in Italia meno tasse, meno spesa, meno debito; in Europa una linea di rinegoziazione complessiva, nel segno della competizione fiscale e non di una omogeneizzazione fiscale forzata (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Conservatori e Riformisti).

***

MOZIONE

La Camera,

premesso che

– lo scorso 25 marzo 2017 si sono celebrati i sessanta anni dalla firma dei Trattati di Roma e dell’inizio di un percorso che sino a tempi recenti ha assicurato non solo pace ma anche prosperità al continente europeo;

– il testo finale della “Dichiarazione di Roma”, lungi dal definire un minimo comune denominatore europeo, al fine di ottenere la sottoscrizione di tutti e 27 gli Stati aderenti e di contenere la sottolineatura che l’Unione è “indivisa e indivisibile”, non poteva che essere il risultato di compromessi e ambiguità tali che dalla sua interpretazione ognuno si potrà appellarsi a ciò che più convince, interessa e conviene;

– sul problema dei profughi e migranti si limita a indicare una generica politica «efficace, responsabile, sostenibile, rispettosa delle norme internazionali», senza nemmeno accennare ad una cooperazione europea per l’esercizio di filtri più efficaci, soprattutto sul versante mediterraneo;

– ancora più evanescente appare il paragrafo dedicato all’economia, che non indica alcuna priorità decisiva, se non l’affermazione che si vuole la crescita sostenibile, la coesione, la convergenza, tenuto conto della diversità dei sistemi nazionali, la lotta contro la disoccupazione e la discriminazione e l’esclusione sociale,

– il Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Unione, riuniti a Bruxelles il 9 e 10 marzo 2017 ha riproposto quanto a Versailles, Germania, Francia, Italia e Spagna, il 7 marzo avevano annunciato: l’idea di un’Europa a più velocità, che, di fatto già da alcuni decenni è attuata grazie alle varie “cooperazioni rafforzate”. Un’idea che difficilmente potrà rilanciare in modo efficace il progetto europeo;

– nessuna riflessione per un rilancio di un processo di “federalismo competitivo”, i cui i vari Stati, competono virtuosamente tra loro per trovare le soluzioni migliori; nessuna idea per un’Unione più moderna e più giusta o per una riflessione su un modello confederale o federale; nessun accenno allo storico deficit democratico delle istituzioni europee;

– il “Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria”, più noto come “Fiscal Compact”, all’articolo 16, stabilisce che al più tardi entro cinque anni dalla data dalla sua entrata in vigore (1° gennaio 2013), “sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate in conformità del trattato sull’Unione europea e del trattato sul funzionamento dell’Unione europea le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea”;

– tra fine 2017 e inizio 2018, quindi gli Stai membri dovranno decidere che futuro riservare al Fiscal compact e come modificarlo, ricordando che per l’inserimento nei trattati europei è richiesta l’unanimità degli Stati membri;

– il Fiscal compact è stato firmato in occasione del Consiglio europeo dell’1-2 marzo 2012 da tutti gli Stati membri dell’UE ad eccezione di Regno Unito e Repubblica ceca (che ha aderito nel 2014);

– il Trattato concordato al di fuori della cornice giudica dei Trattati, all’articolo 3, ha impegnato le Parti contraenti ad applicare e ad introdurre, entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato, con norme vincolanti e a carattere permanente, preferibilmente di tipo costituzionale, o di altro tipo purché ne garantiscano l’osservanza nella procedura di bilancio nazionale, diverse regole, in aggiunta a e senza pregiudizio per gli obblighi derivanti dal diritto dell’UE:

  1. a) il bilancio dello Stato dovrà essere in pareggio o in attivo; tale regola si considera rispettata se il disavanzo strutturale dello Stato è pari all’obiettivo a medio termine specifico per Paese, con un deficit che non eccede lo 0,5% del PIL;
  2. b) gli Stati contraenti potranno temporaneamente deviare dall’obiettivo a medio termine o dal percorso di aggiustamento solo nel caso di circostanze eccezionali, ovvero eventi inusuali che sfuggono al controllo dello Stato interessato e che abbiano rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria della pubblica amministrazione, oppure in periodi di grave recessione, a patto che tale disavanzo non infici la sostenibilità di bilancio a medio termine;
  3. c) qualora il rapporto debito pubblico/Pil risulti significativamente al di sotto della soglia del 60%, e qualora i rischi per la sostenibilità a medio termine delle finanze pubbliche siano bassi, il valore di riferimento del deficit può essere superiore allo 0,5%, ma in ogni caso non può eccedere il limite dell’1% del PIL;
  4. d) qualora il rapporto debito pubblico/Pil superi la misura del 60%, le parti contraenti si impegnano a ridurlo mediamente di 1/20 all’anno per la parte eccedente tale misura. Il ritmo di riduzione, tuttavia, dovrà tener conto di alcuni fattori rilevanti, quali la sostenibilità dei sistemi pensionistici e il livello di indebitamento del settore privato;

– il Parlamento italiano, oltre a ridisegnare la propria disciplina contabile ordinaria, con la legge costituzionale 12 aprile 2012 n.1, l’Italia ha introdotto nella Costituzione il pareggio di bilancio, modificando gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione;

– già nel gennaio 2014 la Camera dei deputati, approvando tre diversi atti di indirizzo ha evidenziano l’opportunità ed impegnano il Governo ad agire in sede europea per un riesame dei meccanismi posti a presidio delle regole della governance economica al fine dell’introduzione di una maggiore flessibilità degli obiettivi di bilancio a medio termine. Con lo scopo di liberare risorse da destinare alle politiche di sviluppo e crescita;

– in vista della scadenza del dicembre 2017, nell’ambito dell’Unione, sta operando un gruppo di lavoro sulla revisione del Fiscal Compact, che starebbe seguendo l’idea di rendere il Fiscal compact più flessibile, incorporandolo, contestualmente, nel Trattato di Maastricht;

– la necessità di dover ratificare il Fiscal compact nei Trattati europei può costituite un’opportunità unica per inserire la norma di buon senso volta a scorporare gli investimenti che creano valore. Inoltre, è un’occasione sia per rivedere i parametri di Maastricht, che non hanno retto alla prova di circa un quarto di secolo di esperienza, sia per ripensare le basi stesse dell’unione monetaria – senza per questo percorrere la via del ritorno alle monete nazionali – a cominciare dall’esistenza una moneta senza un bilancio comune e una condivisione dei rischi. Una tale riflessione diventa ancora più importante per l’Italia, anche in prospettiva di un probabile prossimo ridimensionamento del Quantitative easing da parte della Bce;

– il Trattato di Maastricht venne firmato nella convinzione che si sarebbe presto giunti a una piena integrazione politico-statuale europea; invece venne creata una valuta priva di Stato e furono trasferite alle istituzioni comunitarie le politiche monetarie e la garanzia del mercato unico;

impegna il Governo:

1) nell’ambito di una revisione del Fiscal Compact, a promuovere una rinegoziazione complessiva di tutti gli altri trattati Ue vigenti, nessuno escluso;

2) più in generale, a fare dell’Italia la promotrice e la protagonista, con le opportune alleanze, di un processo di rinegoziazione globale in Ue, nella direzione della flessibilità, del riconoscimento delle diversità territoriali, del rifiuto di soluzioni uniche – specialmente fiscali e di bilancio – imposte indiscriminatamente all’intera Unione:

3) sul piano interno, a perseguire una politica di consistente riduzione di tasse-spesa-debito. Non è infatti in discussione il principio astratto del pareggio di bilancio, ma il livello concreto di tassazione e di spesa pubblica al quale questo pareggio viene conseguito.

 

 

 

 

***

 

INFORMAZIONE

 

Puoi sostenere l’iniziativa politica di Direzione Italia, senza che ciò ti costi nulla: puoi riservare al nostro movimento una parte delle tasse che versi allo stato, senza nessun costo aggiuntivo. Scrivi A33 nello spazio dedicato al 2×1000 della tua dichiarazione dei redditi e firma accanto. Resta invariata la possibilità di devolvere il 5×1000 (a favore di enti assistenziali o sportivi) e l’8×1000 (enti di culto, ecc). Fai girare questo messaggio. Grazie!

 

 

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