IL LIBRO DEL LUNEDI’ – PINO PISICCHIO E LE LEGGI ELETTORALI – Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone – numero 221, 3 aprile 2017

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IL LIBRO DEL LUNEDI’ – PINO PISICCHIO E LE LEGGI ELETTORALI

Ogni lunedì Giuditta’s files consiglia un libro italiano. Questa settimana ci occupiamo di “Come funzionano le leggi elettorali” di Pino Pisicchio (2017, Giubilei Regnani editore)

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Pino Pisicchio è un parlamentare appartenente a una specie rara: coltiva idee, scrive, ragiona, e – perfino! – osa difendere la professionalità della politica (cosa diversa dal professionismo). Non si è ancora rassegnato all’idea oggi prevalente secondo cui la conoscenza del procedimento legislativo e della macchina amministrativa, anziché essere un asset, siano divenuti una colpa e una liability, in tempi di dilettantismo e improvvisazione.

Ha di recente pubblicato per l’editore Giubilei Regnani un manuale agile ma utilissimo sul funzionamento delle leggi elettorali.

Ha definito queste pagine “un piccolo gesto anarchico, un atto di ribellione contro l’analfabetismo politico di ritorno”. Io direi che c’è un valore in più in questo saggio: quello dell’esame di anatomia rispetto agli studi di medicina, e cioè una rassegna ragionata degli “attrezzi” e del “lessico” per ragionare compiutamente su questi temi.

Certo, sarebbe importante (ma la politica italiana ci ha rinunciato da decenni) inserire la legge elettorale in un disegno coerente di forma di stato e di forma di governo. Prima mi dici (semplifico) se vuoi andare a Washington, a Londra, a Parigi, disegnando una precisa architettura costituzionale. E poi (solo poi) scegli il sistema elettorale più adeguato. Questo direbbe la logica: e invece si preferisce procedere al contrario, con le contraddizioni che stiamo sperimentando da tempo.

Il libro si divide in cinque parti:

*una spiegazione essenziale sulle due famiglie dei sistemi maggioritari e di quelli proporzionali, passando per i sistemi misti;

*una rassegna dei sistemi vigenti in Italia (nazionale, regionale, ecc)

*un’analisi comparativa, e quindi una rassegna dei sistemi nei principali paesi occidentali;

*una cavalcata sulle riforme dal 1948 a oggi (ed è significativo sottolineare che la cosiddetta Legge Truffa – che truffaldina non era – prevedeva sì un premio di maggioranza, ma solo per chi avesse ottenuto la maggioranza assoluta…);

*un utile glossario finale.

Colgo l’occasione per qualche considerazione personale.

La prima. C’è una lunga tradizione di maggioranze politiche convinte di poter “disegnare” la legge elettorale, a fine legislatura e alla vigilia delle elezioni politiche, come viatico per la propria vittoria alle urne. Pressoché senza eccezioni, arriva in genere una sconfitta cocente. Gli elettori non sono scemi, l’esito del voto non dipende dalle tecnicalità elettorali appiccicate all’ultimo minuto, ma dall’idea – giusta o sbagliata – che i cittadini si sono fatti degli attori sulla scena.

La seconda. Occorrono – stavolta più che mai – leggi elettorali aggreganti, che costringano le forze affini a mettersi insieme. Per questo, il Mattarellum sarebbe un buon punto di partenza. Se il centrodestra continua a dire no, si tratta di un grave errore politico, che probabilmente cela un desiderio: quello di tenersi le mani libere dopo il voto, in vista di nuove “avventure”.

La terza. Un punto che tanti cosiddetti “esperti” sottovalutano sempre è il numero assoluto degli elettori che vanno a votare. Ci si balocca sulle percentuali dei sondaggi (fatti per lo più su campioni sballati e su linee telefoniche fisse, figuriamoci!), ma rispondere al telefono è molto diverso dalla decisione di uscire davvero di casa il giorno del voto. Se dovesse permanere la depressione e l’insoddisfazione di tanti elettori ragionevoli di centrodestra (e un analogo sentimento di un numero più limitato ma significativo di elettori di centrosinistra) ai grillini basterà mantenere i voti assoluti di cui attualmente dispongono per avere un balzo in avanti nelle percentuali, esattamente come accadde a Renzi alle europee del 2014. Occhio, il 40% può essere un obiettivo per il M5s: grazie all’altrui abbandono…

La quarta. Ho letto con attenzione le decine di pagine di motivazioni della Corte Costituzionale, che un paio di mesi fa hanno fatto seguito alla parziale pronuncia di incostituzionalità dell’Italicum.

Vi ho trovato tesi più o meno condivisibili. Ma – appunto – valutazioni politiche, discrezionali, opinabili, proprie più di un dibattito parlamentare o di una mozione congressuale che non di un severo scrutinio costituzionale.

In America, e penso al lavoro della Corte Suprema, un gigante come Antonin Scalia (recentemente scomparso, e appena sostituito da un magistrato di simile orientamento culturale indicato da Trump) amava ripetere che la sua scuola giuridica (l’”originalism”) potesse essere ancora meglio chiamata “textualism”. In altre parole, il compito del giudice costituzionale non è quello di interpretare troppo largamente, di farsi demiurgo dello spirito del tempo, ma quello di “stare al testo” della Costituzione, che dovrebbe significare oggi quel che significò – nella sua sostanza – quando fu scritta. E – spiegava Scalia – quella fedeltà alle parole, quella lealtà al testo scritto, è anche il principale fattore di certezza del diritto, e in ultima analisi di vera tutela del “little guy”, del cittadino comune.

In Italia, invece, è ormai da decenni invalsa una politicizzazione totale delle decisioni della Corte. E non a caso – tornando all’Italicum – sono stati bocciati due elementi (parzialmente le pluricandidature, e totalmente il ballottaggio) che, bene o male, esistevano da tempo tra leggi elettorali nazionali, regionali, comunali, eccetera. Per molti anni, non erano stati ritenuti incostituzionali (giusti o sbagliati che fossero): ora, invece, sì. Che dire? It’s politics, il diritto che c’entra?

 

 

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