OGGI DUE QUESTIONI: GOGNA E MASSONERIA, POLITICAMENTE CORRETTO E “POLIZIA DEL LINGUAGGIO” – Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone – numero 199, 2 marzo 2017

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SCENARI – LA SOLITA GOGNA

Mio intervento questa mattina in prima pagina sul quotidiano Il Tempo sul sequestro degli elenchi degli appartenenti alla massoneria

 

Dimenticate per un momento la massoneria. Immaginate invece una qualunque altra forma di vita associativa: di natura filosofica, religiosa, politica, sindacale, e così via. Scegliete voi.

E poi immaginate che qualcuno, stamattina, proponga di acquisire e sequestrare l’elenco degli aderenti alla Cgil, o degli iscritti al Pd, o di coloro che hanno frequentato una cerimonia religiosa.

Cosa accadrebbe? Ve lo dico io: si griderebbe (e giustamente!) alla lesione delle libertà fondamentali, a una immotivata campagna di discriminazione, a una ingiusta messa all’indice di cittadini che – per quell’adesione in sé e per sé – non hanno assolutamente fatto nulla di male.

Se la Costituzione non è stata cambiata stanotte (non si sa mai…), l’articolo 27 recita ancora che la “responsabilità penale è personale”. Personale: non di gruppo, non di partito, non di sindacato, non di confessione religiosa. E neppure di loggia.

Insomma, se un cittadino iscritto alla massoneria è per caso sospettato di aver commesso un reato, è giusto, anzi sacrosanto, che sia indagato, processato, ed eventualmente condannato. Esattamente come per ogni altro cittadino: iscritto alla Cgil o al Pd, credente o laico, avvocato o dentista, eccetera.

Ma se invece si comincia (magari con le migliori intenzioni, in perfetta buona fede…) a mettere nel mirino una persona per una sua appartenenza, e addirittura si espongono a una generalizzata messa all’indice tutti coloro che (senza commettere reati) condividono quell’adesione, si apre una porta che conduce a esiti pericolosi e cupi.

Non si tratta di essere massoni: chi scrive, ad esempio, non lo è. Ma quando inizia una caccia alle streghe, quando si accendono roghi anche solo metaforici e simbolici, è bene vigilare e preoccuparsi. Oggi tocca a qualcuno, domani può toccare a qualcun altro. La ruota della criminalizzazione preventiva e della costruzione del mostro gira vorticosamente.

Esprimo un’opinione del tutto personale: la mia sensazione – e ciò rende le cose ancora più tristi e preoccupanti – è che nell’Italia del 2017 quella ruota del sospetto e della presunzione di colpevolezza giri ormai perfino in automatico, nell’inconsapevolezza o nella tragica sottovalutazione anche da parte di chi, di volta in volta, la muove e la maneggia.

 

***

L’EUROPARLAMENTARE CORAZZA E LA “POLIZIA DEL LINGUAGGIO”. IL NEO-AUTORITARISMO DEL POLITICAMENTE CORRETTO E IL SUO CONTRARIO. SERVE UNA TERZA CATEGORIA, CAPACE DI SFIDARE L’ISOLAMENTO…

Testo pubblicato da Affaritaliani

 

E’ successo pochi giorni fa a Monaco, in occasione della conferenza internazionale sulla sicurezza. Il ministro degli esteri inglese Boris Johnson, uomo di cultura vasta e idee forti, e dotato di un linguaggio vivo, insieme magicamente alto e popolare, ha definito Brexit una “liberazione” per il suo paese.

Apriti cielo! Dalle prime file si è alzata, indignata e solenne, la signora Corazza, dal 2009 europarlamentare svedese, moglie dell’ex primo ministro Carl Bildt. Con voce ferma, ha definito di cattivo gusto (“bad taste”) l’uso della parola “liberazione”. Johnson l’ha guardata con fare ironico, non ha potuto fare a meno di commentare la “pomposity” della signora, e poi ha ben spiegato che “liberazione” vuol semplicemente dire “rendere liberi”, e ciò è esattamente quello che gli elettori inglesi hanno inteso fare per riprendere il controllo (“take control back”) della loro immigrazione e della loro politica commerciale.

Non paga di questo poco brillante primo round, la signora Corazza ha preso carta e penna, e ha scritto una lunga geremiade sul Guardian, tempio della sinistra inglese, scomodando l’antifascismo e l’antinazismo, bacchettando Johnson sul 1944 e sul 1945.

Siamo dinanzi a una orwelliana “polizia del linguaggio”. Gli agenti del politicamente corretto lavorano ventiquattr’ore su ventiquattro per rivendicare a sé l’ultima parola (storica, morale e perfino estetica!) sull’uso di aggettivi e sostantivi, su cosa si possa dire e su come si debba dirlo.

Il politicamente corretto sta facendo danni inenarrabili, privandoci del piacere e della sfida intellettuale di dire cose audaci, di confrontarci tra visioni valide ma diverse e competitive, di uscire dagli schemini, dal prevedibile, dal già sentito e dal già detto.

Purtroppo, sul versante opposto (e non è certamente il caso di Johnson!), si reagisce spesso con eccessi di segno opposto, con professionisti dela volgarità e della provocazione. Non si tratta (si pensi al famigerato Milo Yiannopulos, profeta dell’alt-right americana) di coraggiosi guerrieri del free-speech, ma di furbetti che vogliono semplicemente fare l’altra parte in commedia. Per ogni poliziotto (o per ogni vigilessa) del linguaggio politically correct, loro vogliono fare i soldatini della ribellione. Ma sono uguali e contrari ai loro “avversari”: gli uni conformisti del pro, gli altri conformisti dell’anti, uniti da un comune copione in cui ciascuno recita le proprie battute.

Serve una terza categoria: quella dei non-incasellati, dei non-prevedibili. Capaci di attraversare il difficile territorio della solitudine, dell’isolamento, del non essere accettati né compresi.

 

Testo pubblicato da Affaritaliani qui:

http://www.affaritaliani.it/politica/palazzo-potere/politicamente-corretto-o-polizia-del-linguaggio-466003.html

 

 

 

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