IL LIBRO DEL VENERDI’ – “IL SOGNO DI ROMA” DI BORIS JOHNSON. PERCHE’ ROMA RIUSCI’ DOVE STA FALLENDO BRUXELLES: OFFRIRE UN MODELLO, UNA VISIONE FORTE E UNIFICANTE, UN IMPERO IN CUI IDENTIFICARSI – Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone – numero 13 febbraio 2017

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IL LIBRO DEL VENERDI’ – “IL SOGNO DI ROMA” DI BORIS JOHNSON. PERCHE’ ROMA RIUSCI’ DOVE STA FALLENDO BRUXELLES: OFFRIRE UN MODELLO, UNA VISIONE FORTE E UNIFICANTE, UN IMPERO IN CUI IDENTIFICARSI.

IL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI INGLESE PIU’ CHE MAI FIGURA DA CAPIRE, DA CONOSCERE. PER FARLO, ABBANDONATE I MEDIA MAINSTREAM ITALIANI, E LEGGETE I SUOI LIBRI.

TROVERETE CONTRADDIZIONI VITALI, FECONDE E STIMOLANTI. UN UOMO DI CULTURA EUROPEA, E CHE PROPRIO PER QUESTO NON AMA QUESTA UE. UN UOMO CHE CONOSCE L’IMPORTANZA DELLA BUONA IMMIGRAZIONE, E PROPRIO PER QUESTO VUOLE REGOLARLA E LIMITARLA, AFFINCHE’ NON DIVENTI UNA VALANGA INCONTROLLABILE. UN UOMO ORGOGLIOSAMENTE BRITISH, MA ANCHE UN INTELLETTUALE COSMOPOLITA. UN GIORNALISTA E SCRITTORE COLTO E SOFISTICATO, MA ANCHE POPOLARE: NON SERIOSO-POMPOSO-NOIOSO, COME TROPPI AUTORI ITALIANI.

 

Il venerdì, Giuditta’s files consiglia e recensisce un libro, spesso non italiano.

Questa settimana ci occupiamo di “The dream of Rome” di Boris Johnson (ed. Harper Perennial)

Buon fine settimana, e ci rileggiamo lunedì.

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Per mesi, prima e dopo il referendum inglese del 23 giugno scorso, i lettori dei giornaloni “mainstream” italiani si sono imbattuti non nel vero Boris Johnson, ma nella sua caricatura disegnata – quasi unanimemente – dalle firme del giornalismo “ufficiale” italiano: un fracassone, uno sfasciacarrozze, un accoltellatore, un gaffeur. E comunque (ci spiegavano gli stessi che nel 2015 non avevano previsto la vittoria dei Conservatori, e che nel 2016 non avevano previsto il successo di Brexit), un cattivo elemento che sarebbe con certezza sparito dalla scena politica inglese.

Sulla base di questi vaticinii, era fatale che Johnson si trovasse invece sulla strada del trionfo: è infatti divenuto Ministro degli Esteri del Governo May, potrà per quattro anni calcare i palcoscenici internazionali e insieme consolidare la sua popolarità in patria.

Ma quel che più conta (per capire lui, e per capire le lenti deformanti di certa informazione italiana) è ragionare sul suo profilo culturale. Ci è stato spiegato dai soliti “esperti” che Theresa May sarebbe una figura più moderata di lui: e invece si finge di non sapere che la neo-Premier deve il suo successo, come Ministro degli Interni uscente, proprio a una durissima, severissima e intransigente linea anti-immigrati. Dieci mesi fa, al Congresso conservatore di Manchester, ascoltai un suo durissimo intervento come Home Secretary, e non potei fare a meno di chiedermi come sarebbe stato accolto in Italia un intervento altrettanto forte sul medesimo tema da parte di un Ministro degli Interni.

Per conoscere Johnson, occorre innanzitutto recuperare la sua attività giornalistica (al Telegraph, come inviato a Bruxelles, e poi allo Spectator), e i suoi nove libri, il più famoso dei quali è una splendida, calda e intelligente biografia di Churchill (ce ne siamo occupati nei mesi scorsi). Ne esce un profilo ricco, carico di contraddizioni vitali, feconde e stimolanti. Un uomo di cultura europea: e che, proprio per questo, non ama questa Ue. Un uomo che conosce l’importanza della buona immigrazione: e che, proprio per questo, vuole regolarla e limitarla, affinché non diventi una valanga incontrollabile. Un uomo orgogliosamente British: ma anche un intellettuale cosmopolita. Un giornalista e scrittore colto e sofisticato: ma sempre popolare, mai pomposo-serioso-noioso come troppi autori italiani.

Nel 2006, con ammirevole preveggenza, ha scritto un piccolo libro intitolato “Il sogno di Roma”. E’ – insieme – una cavalcata divulgativa sulla storia di Roma, ma soprattutto un parallelo tra ciò che riuscì all’impero romano e ciò che non sta riuscendo all’attuale Ue: offrire un modello, una visione forte e unificante, un impero – appunto – in cui identificarsi potendo dire orgogliosamente: “Civis romanus sum”.

Roma, al vertice della sua storia, arrivò a occupare il territorio di trenta attuali nazioni non solo europee, come sappiamo. Eppure (ecco l’operazione non riuscita a Bruxelles), pur dinanzi a questa vastità e a questa diversità, seppe offrire il valore della “romanizzazione”, di una “assimilazione” e di una “identificazione”, creando una cultura universale della romanità, fino al bene della concessione della cittadinanza. Perché Roma, oltre e prima che un impero, era sin dall’inizio un’“idea”, per certi versi come l’America in epoca storica più recente.

E allora ecco la capacità di cooptare le élites dei vari territori. Ecco uomini di cultura, scrittori, poeti, imperatori, provenienti dalle regioni più diverse: Seneca e Marziale dall’attuale Spagna, Diocleziano dalla Croazia, Costantino dalla Serbia, Settimio Severo dalla Libia, e così via. Ecco l’eredità e il debito culturale fortissimo verso la Grecia. Ecco (su un altro piano) la stessa idea dei giochi, ripetuti ovunque con schemi e – si direbbe oggi – “format” costanti, per creare un senso di identità e di appartenenza, tenendo indissolubilmente insieme il coraggio, l’aspirazione alla gloria e alla vittoria e il pericolo della morte.

Johnson ha mano felice quando spiega che la storia di Roma è un “antico specchio” in cui l’Occidente moderno si riflette. L’idea di Roma – scrive – è nell’”inconscio profondo” dell’Occidente: e via via papi (il Pontifex Maximus, non a caso…), imperatori (da Carlo Magno a Napoleone) e nazioni (su tutte, gli Stati Uniti d’America) si sono rispecchiati in Roma, nelle sue regole, istituzioni, leggi, iconografia, acquedotti, mura, cercando insieme un’eredità nobile e una legittimazione. La stessa tensione – propria degli ordinamenti politici di ogni epoca – tra repubblica e cesarismo, tra speranza democratica e verticalizzazione autoritaria, viene da lì.

I capitoli a mio avviso più stimolanti del libro sono due.

Il primo è quello sull’imperatore Augusto. Johnson ne coglie molti aspetti di straordinaria modernità: proprio lui, non certo estraneo allo scorrere del sangue e alla violenza per la conquista e il mantenimento del potere, fu il primo a comprendere (attraverso Mecenate) l’importanza della cultura per dominare la pubblica opinione. E poi un uso ultramoderno della propaganda: in una dialettica costante tra la mitizzazione della figura dell’imperatore e la prospettazione del nemico esterno. Tutto geometricamente funzionale alla costruzione di uno spirito, di un’unità, di una consapevolezza: dall’attenzione ai giochi, ai quali assisteva in prima persona mostrando di condividere le passioni del popolo, fino alle realizzazioni architettoniche maestose, volte a dare un segno riconoscibile (si direbbe oggi: a creare un brand), un impatto di gigantismo. Tutto (letteratura, imprese militari, architettura) per esprimere un senso di grandezza – appunto – imperiale.

L’altro capitolo meritevole di un’attenzione speciale è quello dedicato invece a una sconfitta drammatica per Roma: quella rimediata da Varo contro Arminio, in Germania, nella foresta di Teutoburgo. Siamo nel 9 dopo Cristo, e la storia è nota: ma Johnson la racconta con una vivezza e una freschezza originalissime. E soprattutto qui, per una volta (non a caso: in occasione di una sconfitta cocente, con decine di migliaia di morti, le insegne di tre legioni perse, l’umiliazione subita dal nemico), Johnson coglie una somiglianza, anziché un contrasto, tra l’antica Roma e l’Europa di oggi. Il “gioco” degli accostamenti è condotto con maestria da Johnson: la descrizione di Varo, governatore romano inviato in Germania, uomo prepotente, figura delle élites (sembra di vedere una specie di versione romana di Juncker!!!), incapace di comprendere il risentimento del popolo barbaro sottomesso, che si fa prima ingannare e poi battere sanguinosamente dal giovane Arminio. Quando la notizia della disfatta giunge a Roma, sconvolge il vecchio imperatore Augusto, che, secondo il celebre racconto di Svetonio, sbatte la testa contro il muro e grida: “Varo, rendimi le mie legioni…”. Per Johnson, è un monito antico e sempre nuovo per ogni establishment, se non sa comprendere la rabbia e la voglia di autodeterminazione dei popoli.

 

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Chi non desideri più ricevere questa newsletter può inviare una mail a  d.capezzone@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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