IL LIBRO DEL VENERDI’ – IAIN MARTIN E LA FANTASTICA STORIA DEL “BIG BANG”. QUEL GIORNO DELL’AUTUNNO 1986 IN CUI, PER VOLONTA’ DELLA THATCHER, LA BORSA DI LONDRA SI APRE ALLA CONTRATTAZIONE GLOBALE DEI TITOLI – Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone, numero 165, 13 gennaio 2017

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IL LIBRO DEL VENERDI’ – IAIN MARTIN E LA FANTASTICA STORIA DEL “BIG BANG”. QUEL GIORNO DELL’AUTUNNO 1986 IN CUI, PER VOLONTA’ DELLA THATCHER, LA BORSA DI LONDRA SI APRE ALLA CONTRATTAZIONE GLOBALE DEI TITOLI.

NASCE UN NUOVO MONDO. CRIMINALIZZATO DA SINISTRA E PAUPERISTI. MA CAPACE DI PROIETTARE IL REGNO UNITO ALLA GUIDA DI UNA RIVOLUZIONE.

CREAZIONE DI RICCHEZZA A LIVELLI SCONOSCIUTI, INNOVAZIONE FINANZIARIA AUDACISSIMA, ROTTURA DELLE VECCHIE FRONTIERE. MENTRE LA THATCHER – COERENTEMENTE CON QUELLO SCHEMA – PRIVATIZZA TUTTO IL PRIVATIZZABILE, DAI TRASPORTI ALLE TELECOMUNICAZIONI.

E’ UNA FILOSOFIA CHE UNISCE THATCHER E REAGAN: IL CAPITALISMO POPOLARE, L’IDEA DI DIFFONDERE LA RICCHEZZA ATTRAVERSO IL MERCATO, ANZICHE’ SOFFOCARLA CON GLI INTERVENTI DELLO STATO, RENDENDO PARTECIPI DELLA RIVOLUZIONE ANCHE FAMIGLIE E PICCOLISSIME IMPRESE. ECCO L’ATTENZIONE AGLI “ASPIRATIONAL VOTERS” (ESPRESSIONE NON A CASO INTRADUCIBILE IN ITALIANO).

NEL LIBRO, PRIMA UNA COLOSSALE SEZIONE DI STORIA (DAL 1550 IN POI). IN CONCLUSIONE, UN CAPITOLO FINALE DEDICATO AL FUTURO DEL DENARO, TRA DIGITALIZZAZIONE E BITCOIN.

 

 

Il venerdì, Giuditta’s files consiglia e recensisce un libro non italiano, in genere inglese o americano.

Questa settimana ci occupiamo di “Crash Bang Wallop – The inside story of London’s Big Bang and a financial revolution that changed the world” di Iain Martin (ed Sceptre, 2016)

Buon fine settimana, e ci rileggiamo lunedì.

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Iain Martin è un punto di riferimento assoluto, non solo in Inghilterra, per chi cerca una voce autorevole pro-mercato e pro-Occidente, e per chi crede nella libertà economica come elemento essenziale della “libertà senza aggettivi”. Analista, commentatore, ha lo scorso anno fondato Reaction (www.reaction.life), facendone un luogo di riflessione qualificato ma non elitista sui temi di politica estera e politica economica.

Da poche settimane è uscita in libreria, nel Regno Unito, la sua ultima fatica. Circa 300 pagine dedicate alla Borsa di Londra, ma con un taglio unico e originalissimo: il momento centrale che Martin sceglie per il suo racconto è infatti lunedì 27 ottobre 1986, la data del fatidico Big Bang voluto da Margaret Thatcher.

E’ quella la data in cui la City si apre alla contrattazione globale dei titoli, di fatto superando le tradizionali dimensioni nazionali e locali delle Borse nazionali, e aggiungendo mezzi elettronici inediti. Un autentico terremoto: nasce la finanza globale, si potenzia e si rende ultraveloce il commercio transcontinentale, si facilita una creazione di ricchezza a livelli sconosciuti, si rende inevitabile una poderosa innovazione degli strumenti finanziari, si mettono in campo nuove tecnologie per muovere istantaneamente enormi masse di denaro.

Ma a questo arriveremo tra poco. Prima, non meno interessante, c’è una colossale sezione storica del libro, che ripercorre le vicende della City dal 1500 in poi.

Martin parte dall’epopea di Thomas Gresham (siamo all’inizio del sedicesimo secolo), avventuriero, mercante, amico leale della Regina Elisabetta I, artefice di una spericolata operazione di “politica monetaria” per far salire il valore della sterlina, e quindi ridurre il valore del debito inglese contratto in altra valuta. La Corona è troppo indebitata, subisce tassi di interesse altissimi (ad Antwerp e in altre aree d’Europa), e la mossa di Gresham è geniale.

Naturalmente, in questa fase storica, siamo molto lontani dalla logica dell’”open market” e del “free trade”. Siamo invece in pieno mercantilismo: creazione di monopoli commerciali protetti dalla forza militare. E in questa logica la Regina accetta l’idea di Gresham di fondare una prima Borsa (il Royal Exchange) e di lavorare per estromettere la Lega Anseatica che ha organizzato anche a Londra una sua seconda base operativa per gestire importazioni ed esportazioni.

La cavalcata di Iain Martin è appassionante, secolo dopo secolo: dal recepimento delle prime sofisticate tecnicalità “finanziarie” olandesi (mutui, normative sulla bancarotta, ecc: tutte cose la cui primogenitura può forse essere assegnata alla Venezia del 1300) fino alla nascita della Banca d’Inghilterra (1694), per arrivare alla prima bolla, cioè la drammatica crisi della Compagnia dei mari del Sud (la South Sea Company).

E poi le vicende del Novecento: la Prima Guerra Mondiale, la crisi del 1929 (inclusa una divagazione sulle disavventure finanziarie private di Churchill), la Seconda Guerra Mondiale (con i bombardamenti tedeschi che non risparmiano la City), e il secondo dopoguerra, con la amara constatazione (propria degli ambienti liberalconservatori) su come ai laburisti rischino di completare – in altra forma – la devastazione non riuscita alla Luftwaffe, tra logica collettivista e ondata nazionalizzatrice. In tutto questo, per inciso, la Borsa è sostanzialmente rimasta come una sorta di esclusivo “club maschile”, con una sola donna ad averci messo piede: la Regina.

E qui si arriva al ciclone-Thatcher, cioè al cuore del volume di Martin. La Lady di Ferro vince le elezioni nel 1979, e avvia una stagione di cambiamenti spettacolari. Per lei, anche quel “club” è parte della stagnazione, dello status quo, di una logica di chiusura che va rovesciata.

La Thatcher, come si sa, privatizza tutto il privatizzabile: dai trasporti alle telecomunicazioni, passando per il gas. Non può certo smentirsi o contraddirsi, e quindi predicare competizione nel settore manifatturiero, e poi invece apparire statalista e protezionista rispetto alla finanza. E infatti la sua rivoluzione arriva anche alla City, nelle forme accennate prima, che scattano ufficialmente nell’autunno del 1986.

L’ondata è travolgente. Una ri-regolazione (più che una de-regolazione totale), un’apertura fortissima alla competizione internazionale, e – per sovrammercato – un sistema di computer per farne un meccanismo superelettronico a velocità molto superiore rispetto a tutti gli strumenti utilizzati finora.

C’è anche una componente “filosofica” (i nemici diranno: ideologica) che guida la Thatcher e la unisce a Reagan, in quegli anni magici: l’idea del “capitalismo popolare”, la convinzione di poter diffondere la ricchezza attraverso il mercato (anziché attraverso l’interventismo statale), rendendo partecipi di questa rivoluzione anche le famiglie e le piccolissime imprese. Sta qui il cuore della questione – cuore politico, culturale e anche elettorale – con un’attenzione costante agli “aspirational voters” (concetto non a caso quasi intraducibile in italiano), cioè a un ceto medio che vuole crescere, migliorare la propria posizione, avanzare.

E a questo si accompagna anche una rigenerazione fisica della città di Londra. Si pensi a Canary Wharf, nella zona dell’East End, trasformata in pochi anni da area di vecchi depositi in ultramoderno polo finanziario, oggi divenuta attrazione anche per il turismo e lo shopping.

Iain Martin è efficace anche nel raccontare le reazioni della sinistra pauperista e di tutti gli anti-mercato più scatenati, in Inghilterra e nel resto dell’Occidente. Nasce qui la caricatura – innocua – degli “yuppies” (immaginando che tutti i traders si vestano in quel modo e abbiano uno stile di vita danaroso e pacchiano), ma – assai meno innocua – anche la rappresentazione (letteraria, cinematografica, giornalistica, politica) di un mondo descritto da alcuni in termini demoniaci. L’idea della sinistra reazionaria è quella di una Thatcher stregonescamente capace di animare i peggiori spiriti, l’egoismo e l’hybris, il “greed” e ogni forma di avidità, tra le bretelle e le urla dei traders. Da quelle premesse (dicono gli odiatori anti-mercato e anti-global) doveva necessariamente venire fuori la crisi del 2008-2009.

Naturalmente Martin non si nasconde (e nel nostro piccolo, neanche noi) gli eccessi della finanza globale. Ma fa bene, anzi fa benissimo, a raccontare soprattutto le conquiste positive, e a sorridere su questa rappresentazione cupa, faziosa, pauperista, apocalittica.

Il Big Bang voluto dalla Thatcher come parte della sua rivoluzione liberista è forse uno dei suoi maggiori risultati. Ha riaperto l’Inghilterra al mondo: in qualche misura, siamo all’equivalente della sfida inglese sul commercio internazionale di centotrent’anni prima, a metà dell’Ottocento. Liberalizzando, privatizzando, rompendo ogni barriera, ha offerto un nuovo standard all’Occidente intero. Ha favorito una svolta anche meritocratica, superando logiche da club polveroso e chiuso. E ha rinnovato una storia umana eterna, che passa necessariamente attraverso le fasi della speranza, della costruzione, della riuscita, del fallimento, della rinascita.

Ha cambiato una mentalità, in termini che oggi tutti possono comprendere. Mettiamola in termini superpopolari (cosa c’è di più popolare del gioco del calcio?). Ecco, se oggi alcuni dei più importanti club calcistici inglesi (dai due Manchester al Chelsea, passando per il Liverpool) sono posseduti da ricchi stranieri, lo si deve anche a quella logica di apertura, ormai trent’anni fa.

C’è anche un’appendice finale, che merita di essere letta, perché Iain Martin si proietta nell’avvenire, e ragiona sul “futuro del denaro”.

Martin vede due questioni centrali. La prima è l’inevitabile prospettiva della digitalizzazione. Se è cambiato il nostro modo di fruire di prodotti musicali, di prenotare un albergo, una vacanza, un’auto Uber (non in Italia, ahinoi, in quest’ultimo caso), è inevitabile che cambi anche il rapporto con la banca. Sarà sempre minore la richiesta di un’agenzia e di una sede fisica, e sempre maggiore quella di operazioni online, anzi fatte direttamente con la app sul proprio apparecchio mobile. Ed è significativo che la Apple, ad esempio, stia entrando nel mercato dei pagamenti digitali.

La seconda questione (inevitabile sviluppo della prima) è il ruolo di Bitcoin, la moneta digitale capace di creare un “paradiso libertario”, con meccanismi e regole autoapplicativi in grado di escludere autorità e interferenze esterne. Il modello Bitcoin sarà capace di distruggere il vecchio sistema bancario o ne sarà “catturato”? Le banche tradizionali saranno capaci di utilizzare un primo scandalo (magari il coinvolgimento di malavita tradizionale o di network del terrore) per stroncare Bitcoin? Oppure, più sottilmente, una banca centrale userà lo stesso meccanismo – la “blockchain technology” – per costruire una sua moneta digitale alternativa a Bitcoin? Addirittura puntando a un nuovo ruolo storico per una banca centrale, e cioè quello di possibile arbitro dell’economia digitale (filosofia opposta a Bitcoin)?

Iain Martin, come tutti noi, non ha le risposte definitive, ovviamente. Ma immagina che, in tutti questi scenari, la magia della City saprà rinnovarsi e sopravvivere.

 

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