LUCI (E OMBRE) DELLA “SHARED SOCIETY” DI THERESA MAY – Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone, numero 164, 12 gennaio 2017

il

SCENARI – LUCI (E OMBRE) DELLA “SHARED SOCIETY” DI THERESA MAY.

MOLTO BENE QUANDO INDIVIDUA IL PROBLEMA: LE CLASSI MEDIE E MEDIO-BASSE, LA LORO INSICUREZZA, L’ESPULSIONE DALL’AGENDA “UFFICIALE” DELLE LORO ESIGENZE. UN MODERNO LIBERALCONSERVATORISMO DEVE FARSI CARICO DI TUTTO CIO’.

MENO BENE QUANDO LASCIA INTENDERE UNA NUOVA PROPENSIONE ALL’INTERVENTISMO STATALE, METTENDOSI ALLA SPALLE NON SOLO L’INDIVIDUALISMO THATCHERIANO MA PURE LA “BIG SOCIETY” DI CAMERON…

L’INTENZIONE E’ OTTIMA: OCCUPARSI DEI PIU’ DEBOLI. OCCHIO PERO’ AGLI STRUMENTI. IL RISCHIO DELLO STATALISMO E’ DIETRO L’ANGOLO. 

BREXIT FAVOLOSA OPPORTUNITA’ (ALTRO CHE I PIANTI DI PREFICHE E CASSANDRE VARIE…) SE L’INGHILTERRA CONTINUA A CORRERE, ANZI SE ACCELERA IL PASSO (TASSE AL 15% SULLE IMPRESE)

 

Domenica scorsa il Primo Ministro inglese Theresa May ha preso carta e penna e ha scritto una lettera aperta al Telegraph. E, forse per la prima volta in modo compiuto, ha cominciato ad articolare la sua visione, indicando l’obiettivo di quella che ha chiamato una “shared society”.

La diagnosi della May è ineccepibile, a mio avviso. Attenzione, dice: c’è una sofferenza dei ceti medi e medio-bassi che è rimasta troppo a lungo fuori dai radar. Sono persone che non hanno perso il posto di lavoro, che magari non hanno avuto drammi particolari…Eppure, non stanno bene, non si sentono sicure. E alcune “spie” segnalano un allarme vero. Si pensi al profitto scolastico zoppicante dei ragazzi bianchi provenienti da famiglie di lavoratori.

La May, scattando questa fotografia, ha avuto il merito di rompere un tabù. Troppo a lungo questa realtà non è stata compresa dalla politica e dai media “ufficiali”, ed è quindi molto positivo che un capo di governo parta da lì.

Perché lasciare a “protestatari” di vario segno la rappresentanza politica di questo disagio? Molto meglio che sia un soggetto liberalconservatore a farsene carico.

Meno convincenti – a prima vista – sembrano le risposte. Si intravvede un tentativo di distanziarsi dall’individualismo thatcheriano, e perfino dalla Big Society teorizzata da Cameron (che implicava un arretramento dello stato, per lasciare spazio alle energie delle famiglie, delle imprese, della società civile).

Qui sembra invece riproporsi un interventismo statale, con potenziali effetti sulla spesa pubblica. O comunque un ruolo più “assertivo” della mano pubblica.

Da ammiratore anche troppo spinto degli amici conservatori inglesi, e da fiducioso supporter della Brexit (in epoca non sospetta parlavo qui di “opportunità Brexit”, mentre in Italia pressoché ovunque prefiche e Cassandre promettevano sciagure in caso di uscita inglese dall’Ue…), pensavo e continuo a pensare che la Brexit possa offrire al Regno Unito (e anche a noi, come dirò tra poco) un’occasione, se l’Inghilterra accelera, non se decelera.

Se l’obiettivo è quello di divenire un superhub globale per attrarre risorse e investimenti, la priorità è abbassare ancora la tassazione sulle imprese (portarla al 15%), e, per usare l’espressione felice del vicedirettore del Telegraph Allister Heath, una “politica industriale in senso libertario”: non un avanzamento dello stato, ma un suo arretramento, una riduzione di tasse e burocrazia per creare un sistema il più possibile “entrepreneur-friendly”.

Sta all’Inghilterra “contaminare” in senso liberista il corpaccione europeo. Non farsi contagiare da un welfare continentale collassante.

Naturalmente, un’economia sana e vibrante come quella inglese può benissimo fare entrambe le cose senza contraddizioni: spingere sull’acceleratore della crescita, e occuparsi dei più deboli. Senza dimenticarsi della seconda urgenza, e senza che le due cose siano in contraddizione. L’importante però è non togliere il piede dall’acceleratore…

Se l’Inghilterra farà questo, ci sarà un riverbero positivo per tutte le forze che, nel resto dell’Ue, saranno capaci di schierarsi in modo intelligente per il cambiamento e contro lo status quo. La galassia alla quale il nostro movimento italiano ha aderito (il gruppo europeo Ecr, di cui Raffaele Fitto è divenuto vicepresidente; l’alleanza di partiti e movimenti ACRE; e la fondazione New Direction, anch’essa da ieri con la vicepresidenza di Raffaele) serve proprio a costruire – politicamente e culturalmente – un “anello” anglo-mediterraneo-esteuropeo alternativo all’asse dominante franco-tedesco. Uno schieramento di forze, partiti, movimenti culturali atlantisti e pro-mercato, che credano non nell’Europa delle regole burocratiche e di un welfare costoso e collassante, ma in una competizione fiscale spinta, in cui i paesi a tassazione bassa fungano da modello per quelli a tassazione più alta.

L’Inghilterra può essere esempio e modello. Anche per un’Italia che voglia rialzarsi dal declino, dalla stagnazione, dalla rassegnazione.

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Domani recensione di un importante e recente libro non italiano. Lasciamo un po’ di suspense su titolo e autore…

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