IL LIBRO DEL LUNEDI’ – MAURIZIO BELPIETRO E LA SUA INCHIESTA SU RENZI – Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone – numero 141, 28 novembre 2016

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IL LIBRO DEL LUNEDI’ – MAURIZIO BELPIETRO E LA SUA INCHIESTA SU RENZI.

COME MAI TANTO SILENZIO SU QUESTO LIBRO? IN ALTRI TEMPI, E CON ALTRI PREMIER, DOMANDE SIMILI AVREBBERO ALIMENTATO MESI DI TV, DIBATTITI…

SI PREFERISCE FAR FINTA CHE QUELLE DOMANDE NON ESISTANO? INCLUSA LA RECENTE DOMANDINA (RILANCIATA DA DAGOSPIA) SU PRESUNTI DOSSIERAGGI? NEMMENO UNA NOTICINA DI SMENTITA DA PARTE DELL’ULTIMO PEONE?

 

Ogni lunedì Giuditta’s files consiglia un libro italiano. Questa settimana ci occupiamo di “I segreti di Renzi – Affari, clan, banche, trame” di Maurizio Belpietro con Giacomo Amadori e Francesco Borgonovo (ed. Sperling & Kupfer 2016)

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Non mi ero ancora dedicato all’impegno politico, e rimasi colpito – nella palude italiana – dal modo coraggioso e anglosassone con cui Maurizio Belpietro (siamo nel 1997) non ebbe esitazione a denunciare un grande scandalo, o un potenziale scandalo, o comunque a dare una notizia: il fatto che in una notte potesse “magicamente” capovolgersi il giudizio di ammissibilità di un referendum da parte della Corte Costituzionale, dalla quasi certa ammissione a un’improvvisa reiezione. Una storia complessa, o forse perfino troppo semplice, tra probabili pressioni del Quirinale, Consulta nel mezzo, e un tema scottante: il quesito riguardava infatti la possibile smilitarizzazione della Guardia di Finanza. Finì all’italiana (per gli altri), ma all’americana per lui: nel senso che, “colpevole” di aver scritto (in un giornalismo in cui la vera arma segreta è non scrivere…), lasciò il suo giornale di allora, Il Tempo.

Qualche anno dopo ero già un giovanissimo segretario radicale, andai a cercarlo (dirigeva il Giornale), e accettò senza esitazioni di promuovere insieme una meritoria campagna di informazione sulle stravaganti modalità “italiane” di iscrizione al sindacato: con trattenuta e rinnovo automatico, a meno di una complicata e burocratica procedura di “disdetta”. Proponemmo insieme una cosa semplice e rivoluzionaria: il passaggio al rinnovo annuale esplicito dell’iscrizione, con un atto di volontà espresso, senza “iscrizione tacita a vita”. Apriti cielo: alle vestali della trimurti sindacale venne una specie di coccolone. In effetti, fu un bel sasso nello stagno, e per mesi riuscimmo a far riflettere l’opinione pubblica su quel pezzo di “casta”.

Poi, per molti anni, ci siamo persi di vista con Belpietro, e da allora a oggi non credo di averlo sentito più di tre volte al telefono.

Ma non sono rimasto insensibile a quanto gli è accaduto quest’anno. Belpietro era al timone di Libero, conduceva una appuntita campagna di stampa non asservita al Governo Renzi. All’improvviso – com’è, come non è – tra dialoghi politici e imprenditoriali, l’editore (tuttora deputato di Forza Italia, ma gran simpatizzante del progetto Ala…) ha deciso di cambiare tutto. Scelta legittima, per carità. Ma oggi fa una certa impressione vedere un quotidiano tradizionalmente non di sinistra come Libero fare sponda al Governo in tutti gli snodi politici decisivi.

Così Belpietro, da qualche mese, con una squadra rinnovata, ha aperto un altro quotidiano (La Verità), e ha pubblicato per Sperling & Kupfer un volume che racconta questa vicenda, ma soprattutto che mette in campo un’inchiesta vecchio stile su Renzi e il suo entourage.

Certo, il capitolo dedicato proprio a Libero andrebbe letto e meditato: non svelo nulla, per non togliere ai lettori il piacere di scoprire l’intreccio tra “editoria indipendente” e “politica”, necessità di tenersi buono un governo (per raggiungere un accordo su sanità e cliniche) e conseguente capovolgimento della linea editoriale, con intermediazione politica “ad hoc”.

Ma nel volume di Belpietro (con Amadori e Borgonovo) si trova molto altro. Cito in ordine sparso:

  1. L’ascesa anche negli enti di stato dei principali fund-raiser di Renzi, a partire dal mitico avvocato Alberto Bianchi, guida della Fondazione Open, cioè, scrive Belpietro, della “cassaforte della Leopolda”;
  2. Le telefonate dirette e minacciose di Renzi in persona a Belpietro (e ad altri direttori);
  3. La curiosa vicenda della casa fiorentina (ai tempi di Renzi sindaco) nella quale Renzi trasferì per un periodo la propria residenza: con affitto pagato da Carrai, l’amico imprenditore coinvolto in incarichi legati all’amministrazione;
  4. Il tentativo di issare Carrai al vertice della cybersecurity nazionale e Andrea Bacci (un altro esponente del Giglio Magico) alla guida di Telecom Sparkle;
  5. La costosa vacanza di Renzi a Forte dei Marmi, con relative minacce giunte – pare – dal caposcorta renziano al giornalista del Corsera Marco Galluzzo;
  6. Tutta la saga di papà Renzi;
  7. Tutta la saga di papà Boschi, e la curiosa ricerca di un nuovo direttore per Banca Etruria con i consigli di Flavio Carboni e il ruolo di Valeriano Mureddu (un signore implicato in diverse inchieste che si spaccia per collaboratore dei servizi), e una vaga atmosfera di ricatti;
  8. Il Renzi nelle vesti di testimonial di Monte dei Paschi di Siena nonché di consulente finanziario degli italiani, quando, dagli schermi di Porta a Porta (21 gennaio scorso) consigliò di investire nell’”affare” Mps;
  9. Tutta una girandola di fantomatici fondi del Qatar, più un misterioso cittadino pakistano spacciato come mandatario di un principe arabo;
  10. La storia contorta della BCC di Cambiano e del riassetto del sistema bancario toscano (Chianti Banca, ecc), con il ruolo di Lorenzo Bini Smaghi, su cui il deputato Maurizio Bianconi ha presentato una documentata interrogazione parlamentare, rimasta tuttora senza risposta.

Chi scrive è un garantista totale e senza eccezioni. Di più: sono sinceramente convinto che attorno ad ogni personalità politica ruotino spesso (senza responsabilità dell’interessato) figure discusse e discutibili in cerca di opportunità. Molti intrecci vedono il politico in buona fede o effettivamente non informato, o comunque non necessariamente parte delle intenzioni e dei progetti altrui.

Però, non è accettabile il “doppio standard”: crocifissione di alcuni, e scena muta su altri. Ciò che colpisce – infatti – è il gran silenzio che circonda le domande sollevate da Belpietro su Renzi e la sua cerchia, etrusca e non. In altri tempi, e con altri premier, domande anche meno banali avrebbero suscitato campagne roventi, trasmissioni tv al calor bianco, mobilitazioni. E invece, stavolta, un gran silenzio: a partire da Mediaset e dai suoi tg.

C’è stato silenzio perfino quando Belpietro (e Dagospia) hanno sollevato l’ipotesi di una presunta, recente e frenetica, attività di dossieraggio, con “epicentro” localizzato a Palazzo Chigi. Un gran silenzio, nemmeno un comunicatino di smentita da parte di un “peone” da Transatlantico. Strano, vero? O forse no.

 

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