IL LIBRO DEL VENERDI’ – PETER THIEL, L’UNICO UOMO DELLA SILICON VALLEY CHE ABBIA SOSTENUTO APERTAMENTE TRUMP.

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IL LIBRO DEL VENERDI’ – PETER THIEL, L’UNICO UOMO DELLA SILICON VALLEY CHE ABBIA SOSTENUTO APERTAMENTE TRUMP. SARA’ LUI IL “LINK” TRA CASA BIANCA E GIGANTI DELL’INNOVAZIONE TECNOLOGICA?

“ZERO TO ONE” E LE START-UP COME FABBRICA DEL FUTURO.

PASSARE DA “ZERO A UNO” VUOL DIRE PERCORRERE SENTIERI NUOVI, EVITARE LE VIE GIA’ BATTUTE, CERCARE IL “SEGRETO”. L’INNOVAZIONE RICHIEDE “SALTI” E VOLONTA’ DI ESPLORARE DOVE NESSUNO SI E’ SPINTO FINORA…

UN MANUALE PER LE NUOVE IMPRESE MA SOPRATTUTTO UNA FILOSOFIA. E UN IMPRENDITORE SINGOLARE E TALENTUOSO DA CONOSCERE: LIBERTARIO, FILO-REPUBBLICANO, MAI CONFORMISTA. QUI IN ITALIA CITATO (QUASI) SOLO DA CRONACA DI COSTUME O ARTICOLI DI COLORE…

 

Il venerdì, Giuditta’s files consiglia e recensisce un libro non italiano, in genere inglese o americano.

Questa settimana ci occupiamo di “Zero to one – Notes on startups, or how to build the future” di Peter Thiel (ed. Virgin Books)

Buon fine settimana, e ci rileggiamo lunedì.

***

 

In questa rubrica, abbiamo recensito mesi fa il libro del generale Flynn (e di Michael Ledeen), divenuto da pochi giorni capo della sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump. Stavolta, annotatevi un altro nome, di tutt’altra storia ed estrazione.

Peter Thiel è un imprenditore americano balzato agli “onori” dei media italiani essenzialmente nella cronaca di costume o in articoli di colore: per le sue eccentricità da miliardario circondato da una caterva di assistenti e collaboratori; per le sue preferenze sessuali e le relative polemiche con un sito di gossip; per la sua rumorosa presenza, con relativo endorsement a favore di Trump, nella convention repubblicana della scorsa estate.

Ora, dopo le elezioni dell’8 novembre scorso, sarà forse guardato da tutti con maggiore attenzione, essendo stato l’unico esponente di peso della Silicon Valley ad aver sostenuto Trump…Chissà se non toccherà proprio a lui – formalmente o informalmente – fare da “link” tra la nuova amministrazione Usa e i giganti dell’innovazione tecnologica.

Ma, banalizzazioni italiane a parte, si tratta di una figura singolarissima di imprenditore geniale e talentuoso nel settore delle nuove tecnologie (fondatore di Paypal e Palantir, finanziatore di Facebook e LinkedIn, solo per fare pochissimi esempi), oltre che di un sincero libertario, di un uomo convinto che il miglior criterio sia la limitazione e non l’accrescimento della sfera dell’intervento pubblico.

Ha tenuto un corso a Stanford tutto dedicato alla nascita di nuove imprese, alle start-up, e poi – insieme a Blake Masters – ne ha trascritto le parti essenziali.

Il concetto di fondo è tanto semplice quanto intellettualmente emozionante: non si tratta di passare da “uno” a un’altra cifra (cioè copiare o estendere ciò che già esiste), ma di passare “da zero a uno”, cioè di compiere l’atto (a suo modo divino) di una nuova creazione. La sfida è doppia, spiega Thiel: in primo luogo, perché ogni innovazione è unica, e nessun’autorità può “spiegare” ex ante come realizzarla; e in secondo luogo, perché perfino quelle che oggi appaiono come best practices rischiano di condurre a esiti vecchi. Bisogna prendere sentieri ancora inesplorati, e non limitarsi a battere vie già sperimentate. Insomma, il “nuovo” Bill Gates non costruirà un sistema operativo: quell’impresa l’ha già compiuta il “vecchio” Bill Gates. I “nuovi” Larry Page e Sergey Brin non realizzeranno un motore di ricerca: è stato già fatto. Se vogliamo davvero imparare dai grandi innovatori, la vera lezione non sta nel copiare (e magari anche migliorare) le loro opere, ma nell’adottare il loro metodo: che è stato quello di distaccarsi radicalmente dal passato, di inseguire un “salto” e uno “scatto” rispetto all’esistente. Viene alla mente – in tutt’altro ambito, ma con logica simile – una celebre intervista di David Bowie, che, per spiegare il suo successo e le sue continue trasformazioni, diceva più o meno: “Appena un meccanismo funziona, devi tentare qualcosa di completamente nuovo”.

Il ragionamento di Thiel ha una portata letteralmente filosofica. Il futuro non è soltanto l’insieme delle cose che non sono successe finora, ma qualcosa di più: il futuro è ciò che introduce novità tali da indurci a guardare al passato in una luce assolutamente diversa rispetto a prima. In questa chiave, il progresso a cui mira Thiel non è “orizzontale”, cioè quantitativo: quella è l’essenza della globalizzazione, che consente di diffondere di più e ovunque ciò che esiste ora. Thiel punta invece a un progresso “verticale”, cioè a un cambiamento profondo, a un salto di prospettiva. Per capirci con un esempio: non il passaggio da una a cento macchine da scrivere, ma il passaggio da una macchina da scrivere a un computer. Questo “salto” è il territorio della tecnologia.

I capitoli che Thiel dedica a sviscerare questa idea sono appassionanti. Sbagliamo – dice – quando dividiamo il mondo tra “sviluppato” e “in via di sviluppo”. Questa distinzione presuppone che tutto – più o meno – sia già stato inventato, e che ora si debba solo farlo circolare in altre parti del pianeta. Invece, dovremmo comprendere che (con le due eccezioni dei computer e delle telecomunicazioni) troppe parti della nostra vita sono rimaste sostanzialmente simili a quelle dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Per avere nuovi “salti”, nuovi “scatti”, occorre “cercare il segreto”, cioè provare a individuare strade non ancora percorse da altri. In questo senso, le teorie che Thiel individua come nemiche sono l’”incrementalismo” (cioè l’idea che si debba procedere esclusivamente passo dopo passo), l’”avversione al rischio” intesa come eccesso di prudenza, la “piattezza” come idea che il mondo sia ormai omogeneo, e la “compiacenza” come soddisfazione eccessiva per lo status quo.

Naturalmente, questa è la parte più “challenging”, più visionaria e “sfidante” della filosofia di Thiel, che però non è un avventurista o uno sfasciacarrozze, e quindi, quando poi passa, nella seconda parte del volume, ai suggerimenti concreti per la nascita di una start-up, mostra anche il suo lato più cauto e riflessivo. Intanto, perché questa passione per le start-up? Perché proprio una realtà imprenditoriale nuova e non burocratizzata può avere la libertà e la flessibilità per cogliere una novità, per agire come un vascello corsaro, per non essere prigioniera della scontatezza.

Però la “manualistica” di Thiel – come accennavo – è saggia e giudiziosa. Le sue raccomandazioni per le start-up sono di grande ragionevolezza. Primo: crescere in modo progressivo, senza fare il passo più lungo della gamba. Secondo: essere flessibili, non fissarsi su un solo prodotto o su una sola missione, ma essere capaci di cambiare rotta, se necessario. Terzo: fare tesoro della competizione con i concorrenti, dai quali c’è sempre da imparare. Quarto: focalizzarsi prima sul prodotto e solo poi sulla sua distribuzione. Quinto: verificare, rispetto al personale, che ciascuno abbia un compito definito, evitando sovrapposizioni e confusioni inevitabilmente foriere di conflitti e gelosie. E soprattutto, sesto: prima occorre cercare di dominare un segmento di mercato preciso, e solo poi cercare di espandersi in ambiti limitrofi. Si pensi all’esempio di Amazon: prima ha dominato il mercato dei libri, e poi è passato ai cd, ai video, fino a diventare oggi lo store più grande del mondo.

Un’altra parte interessante (in questo caso, “storicamente” più che “filosoficamente”) del volume di Thiel è quella in cui l’autore ricostruisce la bolla Internet del 1999-2000 e le dinamiche che la determinarono. In estrema sintesi, in una fase in cui tutto sembrava declinante (crisi delle tigri asiatiche, lancio stentato dell’euro, rublo in difficoltà, ecc) era fatale che gli investitori globali, alla ricerca di qualcosa di positivo, puntassero su un settore nuovo, e letteralmente decidessero di fare una scommessa sul futuro. Un po’ tutti si illusero che, per fare fortuna, bastasse aggiungere al proprio nome il suffisso “.com”, e ci fu una gigantesca migrazione di interesse, risorse, investimenti, dai “bricks” ai “clicks”, dal mattone all’immaterialità del digitale. Di qui, dopo 18 mesi esplosivi, l’inevitabile incapacità di reggere e lo sgonfiarsi della bolla: con relativo ritorno verso l’immobiliare, non a caso protagonista della successiva bolla.

L’ultima parte del volume è anch’essa appassionante, ed esplora le possibili evoluzioni del rapporto tra uomo e macchina. In una lunga fase, si era temuta una massiccia sostituzione, con il fattore umano destinato inevitabilmente a soccombere. Invece, e qui Thiel combina ottimismo e realismo, lo “specifico” umano (fatto di esperienza, sensibilità, ecc) è insopprimibile. Un settore (quello della prevenzione delle frodi informatiche) ha mostrato per primo che la cosa migliore è proprio l’apporto congiunto di uomini e macchine: servono ovviamente gli algoritmi (capaci di elaborare scenari/calcoli/ipotesi in quantità enormi e a velocità irraggiungibili per la nostra mente), ma serve anche un analista umano in grado di esprimere un giudizio finale, di interpretare, di capire. Thiel ha cercato di esportare questa combinazione di uomini e macchine in altri settori: e Palantir è proprio la creatura attraverso la quale le esperienze maturate nei sistemi di sicurezza antifrode sono state via via trasferite nella lotta al terrorismo e ai crimini finanziari. Anche qui Thiel apre scenari affascinanti, offrendo una terza via rispetto alla propensione della Cia a privilegiare il fattore umano nello spionaggio e la propensione dell’Nsa a privilegiare i computer. Le due cose vanno invece combinate e potenziate insieme, rendendo possibili risultati esaltanti. E qualcosa di altrettanto innovativo potrà realizzarsi combinando l’apporto di uomini e macchine in mille altre settori e attività: dall’avvocatura all’insegnamento, sempre avvalendosi di un decisivo supporto tecnico, ma aggiungendo l’unicità del “tocco” umano.

Questo piccolo libro è un’autentica avventura intellettuale, stimolante come poche altre. Una ragione di più per rimanere delusi e sbalorditi quando una figura come quella di Thiel (è successo anche ad altri: si pensi solo a Steve Jobs o a Bill Gates) viene trattata prevalentemente o solo per le sue stravaganze, per la sua eccentricità da celebrity mediatica, e non valutata e discussa per il contenuto della sue proposte.

 

 

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SI E’ SVOLTA IL 5-6 NOVEMBRE LA CONVENZIONE BLU. UN GRANDE SUCCESSO DI PRESENZE, E LA PROMESSA (NEL DISCORSO FINALE DI RAFFAELE FITTO) DI TENERE “APERTA” LA CONVENZIONE FINO AL 15 DICEMBRE. STA NASCENDO DAVVERO QUALCOSA…

VOTATI I DOCUMENTI DELLE SEI COMMISSIONI TEMATICHE, DISPONIBILI A QUESTO LINK (SUGGERISCO DI LEGGERLI: UNA CONTESTUALE PROPOSTA LIBERALE A TUTTO CAMPO NON SI VEDEVA IN ITALIA DA ALMENO VENT’ANNI…)

http://laconvenzioneblu.it/mozione/

MA LA CONSULTAZIONE RESTA APERTA SULL’APP “WE BLU”, LIBERAMENTE SCARICABILE

 

 

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