IL LIBRO DEL VENERDI’ – LA CINA COME “TIGRE ACCOVACCIATA” NEL SAGGIO DI PETER NAVARRO – Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone, numero 105, 7 ottobre 2016

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IL LIBRO DEL VENERDI’ – LA CINA COME UNA “TIGRE ACCOVACCIATA”.

PETER NAVARRO SI DOMANDA SE SIA INEVITABILE IN PROSPETTIVA UNA GUERRA USA-CINA (COME LO FU QUELLA TRA SPARTA E ATENE).

TUTTI I MOTIVI PER CUI LO STRAPOTERE MILITARE ED ECONOMICO CINESE, UNITO AD ASSENZA DI DEMOCRAZIA, ESPANSIONISMO TERRITORIALE, MASSICCI CYBERATTACCHI, FURTO SISTEMATICO DI PROPRIETA’ INDUSTRIALE E INTELLETTUALE, DEVE FARCI TEMERE UN “NUOVO SECOLO CINESE” E UNA EPOCALE SCONFITTA OCCIDENTALE. A MENO CHE…

 

Il venerdì, Giuditta’s files consiglia e recensisce un libro non italiano, in genere inglese o americano.

Questa settimana ci occupiamo di “Crouching tiger – What China’s militarism means for the world” di Peter Navarro (ed. Prometheus Books)

Buon fine settimana, e ci rileggiamo lunedì.

***

Peter Navarro è un macroeconomista che insegna in California. Alcuni mesi fa ha pubblicato un imperdibile volume che descrive la Cina come una “tigre accovacciata”. In realtà, al di là dell’immagine altamente evocativa contenuta nel titolo, è il sottotitolo a indicare il cuore del problema: “che cosa significa per il mondo il militarismo cinese”.

In effetti, nonostante il taglio volutamente accattivante e divulgativo, il saggio ha il sapore di un vero e proprio avvertimento, di un “warning”: dopo averlo letto, non possiamo dire di non sapere, né accampare scuse.

Con una tecnica da detective-story, Navarro restituisce i suoi personali studi e ricerche, nutriti da colloqui e interlocuzioni con oltre trenta esperti, scelti secondo un approccio multidisciplinare: questioni militari e geostrategiche, intelligence, economia.

L’autore viene immediatamente al punto: è inevitabile una guerra tra Stati Uniti e Cina? Come si spiega il fatto che i gerarchi cinesi parlino di “ascesa pacifica”, ma in realtà – da alcuni decenni – siano protagonisti di un approccio aggressivo su tutti i fronti? L’elenco è impressionante: acquisizione sistematica di territori; violazione di regole commerciali; accumulo di armi nucleari; supporto a stati-canaglia; una massiccia attività di cyberattacchi; oltre a una immensa influenza economica sul resto del pianeta.

Navarro cita pour-cause la “trappola di Tucidide”, concetto elaborato dallo studioso Graham Allison: se c’è un potere costituito, una potenza pre-esistente (Sparta), e improvvisamente entra in scena e avanza una potenza emergente (Atene), è fatale che si inneschino meccanismi (paura e paranoia degli uni, mire espansionistiche degli altri) di conflitto. Stavolta, rispetto a 2500 anni fa, gli ottimisti possono evocare l’esistenza del diritto internazionale (concetto – come dire – un po’ fragile ai tempi delle Guerre del Peloponneso); ma i pessimisti potrebbero far notare che, diversamente da allora, stavolta la potenza in ascesa non assomiglia ad Atene, ma alla superbelligerante Sparta, il che rende lo scenario ancora più minaccioso.

La parte preponderante del volume è dedicata (e si tratta di un lavoro immane, letteralmente impressionante per ampiezza e precisione) al riarmo militare cinese. Il catalogo è infinito: i missili balistici antinavali in grado di colpire la marina americana; un accumulo oltre ogni immaginazione di testate nucleari (accelerato proprio negli anni in cui Usa e Russia si sono invece auto-obbligati a moderarsi su questo fronte); una crescente dotazione sul piano della forza area e delle reti satellitari; una notevolissima flotta sottomarina (realizzata con la partnership di Francia, Germania, Russia). Più la cosiddetta Grande Muraglia Sotterranea, e cioè un sistema di tunnel e protezioni per consentire il trasporto ultraveloce e ultrasicuro di missili e altre armi letali, al punto di poter arrivare in una certa posizione geografica ed essere immediatamente in grado di sparare, entro appena 15 minuti: mentre ipoteticamente i satelliti occidentali li stanno identificando, loro hanno già lanciato…

Il tutto con due elementi di fondo. Per un verso, la segretezza e la mancanza di trasparenza, oltre ogni limite. Per altro verso (i cinesi sembrano aver studiato la dottrina che ha consentito al nostro Occidente di vincere la Guerra Fredda), usando loro l’arma della deterrenza nucleare: più che il conflitto immediato, l’obiettivo sembra essere quello di dissuadere e scoraggiare l’Occidente, di “disarmarlo” anche psicologicamente, o comunque di creare un disagio e una cautela tali da permettere potenzialmente alla Cina – nell’indugio occidentale – di volgere a proprio vantaggio ogni situazione.

A tutto ciò (e non è l’aspetto meno inquietante) si aggiunge la questione della cyberguerra, condotta dallo stato sotto stretto controllo politico-militare, a trecentosessanta gradi: furto su larga scala di proprietà intellettuale e segreti industriali; furto di segreti militari; e soprattutto una enorme capacità di distruggere “infrastrutture critiche” (reti elettriche, sistemi bancari e finanziari, sistemi di controllo aereo), potendo mettere un paese in ginocchio senza neppure bisogno di sparare un colpo.

Navarro non si limita a questo già cupo scenario “statico”, cioè alla fotografia di ciò che esiste. Ma si spinge oltre, sul terreno “dinamico”, e prova a immaginare quali fattori possano fungere da “trigger”, da innesco di un conflitto.

Un fattore esplosivo è certamente rappresentato dalla Corea del Nord: un eventuale collasso interno del regime nord-coreano, oppure una sua provocazione contro la Corea del Sud, oppure addirittura un’invasione della Corea del Sud da parte delle truppe di Pyongyang, o magari il lancio di missili nordcoreani contro obiettivi sudcoreani-giapponesi-americani, possono essere altrettante cause scatenanti.

Un altro scenario da considerare è quello che investe i rapporti con l’altro superpotere asiatico, l’India. Dispute territoriali, oppure un’intesa nucleare Cina-Pakistan, oppure un deciso supporto indiano al Dalai Lama e alla causa tibetana, sono altri tre scenari (sempre nella logica dell’eventuale innesco di un conflitto devastante) descritti da Navarro con dovizia di particolari.

Non va nemmeno trascurata una “causa interna”: una guerra potrebbe essere scatenata dalla Cina anche sull’onda di tensioni interne, come pretesto per accrescere la repressione del dissenso, come arma di distrazione rispetto a un eventuale andamento meno positivo dell’economia, per compattare le masse su una linea ultranazionalista, e così via.

Ognuno di questi scenari geopolitici è sviscerato con competenza, senza voli pindarici, con estremo pragmatismo. Anche cercando di immaginare le mosse di altri players. In caso di guerra tra Usa e Cina, che farebbe il Giappone, ad esempio? Manterrebbe il legame post-Seconda Guerra Mondiale con l’America? O magari, vedendo una debolezza e un disimpegno occidentale, potrebbe cercare un’intesa e una sorta di “condominio asistico” con Pechino? O addirittura cercare di accrescere il proprio arsenale nucleare e rendersi “terzo”?

E la Russia di Putin? Tanti elementi inducono a ritenere naturale un asse tra Mosca e Pechino: due regimi autoritari, e soprattutto una enorme complementarietà tra lo strapotere energetico russo e lo strapotere manifatturiero cinese. L’unico elemento (non irrilevante) che può indurre l’orso russo alla cautela è il divario economico e di popolazione vantato da Pechino, che potrebbe far temere a Mosca di giocare un ruolo fatalmente subordinato, in prospettiva.

Navarro non si ferma, e si spinge fino all’ipotesi per cui il conflitto Usa-Cina scoppi veramente. Ci sarebbe presto un chiaro vincitore, in questo caso? Oppure si tratterebbe di una guerra lunga ed estenuante? O –peggio ancora – si arriverebbe rapidamente all’escalation nucleare? Quest’ultima ipotesi, la più terrificante, non è affatto da scartare, specie in caso di andamento negativo del conflitto per la Cina, cosa che potrebbe indurre il regime comunista a scelte estreme.

L’autore è anche molto coraggioso nel contrastare il senso comune politically-correct (Navarro, in particolare, cita criticamente gli anni della presidenza di Bill Clinton) secondo cui l’”engagement” economico sarebbe la via migliore per garantire la pace. E’ doveroso seguire questa strada, certo, ma le cose non sono andate affatto nella direzione auspicata, finora: anziché “aprire” la Cina, infatti, si è invece finito per rafforzare la presa del regime sulla società. E si è innescato un circolo vizioso, per cui il Partito usa quel tanto di benessere economico che si è creato per tacitare le nascenti classi medie. Altro che free-speech e diffusione di spazi di democrazia…

Peraltro, e qui la considerazione di Navarro induce ad un ulteriore pessimismo, c’è una differenza (in peggio) rispetto agli anni della Guerra Fredda tra Usa e Urss: in quei lunghi decenni, pur nei momenti di maggiore tensione, un filo di dialogo esisteva tra Washington e Mosca. Stavolta i canali di comunicazione (reale, non solo formale ed esteriore) con Pechino sembrano molto più tenui e incerti.

Tra tante nubi scure, Navarro vede un solo possibile squarcio di luce, per prevenire il peggio. Occorre che da subito (ma nei fatti, non a parole!) gli Stati Uniti rafforzino le alleanze nel teatro asiatico, coinvolgendo di più tutti gli stati spaventati dall’ascesa cinese e quindi oggettivamente interessati a un “grande scudo”: in ordine sparso, Giappone, India, Singapore, Indonesia, Malesia, Filippine, eccetera. Il problema, purtroppo, è che le promesse di Obama, all’inizio del suo mandato (fare del versante Asia-Pacifico il focus centrale per la politica di sicurezza nazionale americana) non sono state seguite da comportamenti conseguenti, il che – ovviamente – ha minato la fiducia di molti interlocutori. Ma quella è la strada da percorrere.

Il libro di Navarro è una lettura imprescindibile. E ci fa capire bene quanto l’attenzione dedicata in questi anni dall’Occidente a terrorismo e Medio Oriente (pur doverosa, ovviamente) sia stata anche una “distrazione” rispetto alla vera questione strategica dei prossimi decenni.

Resta un rammarico: il fatto che l’autore non approfondisca l’altro versante della “minaccia” cinese, quello economico e finanziario, in particolare rispetto al debito occidentale. Sta lì l’altra chiave strategica, dal punto di vista di Pechino.

E in Italia? Di questi temi, con poche eccezioni (una per tutte, le riflessioni acute e preoccupate, non sinofobe ma nemmeno “negazioniste”, di un analista politico come Francesco Galietti e della sua PolicySonar), non si discute. L’Italia – nemmeno troppo lentamente – sta subendo una dolce offensiva economica cinese, culminata nell’acquisizione di quote rilevanti perfino nel settore ultrastrategico delle reti. Un solo parlamentare presentò un’interrogazione (chi scrive), e il Governo si guardò bene dal rispondere. Per il resto, silenzio: la tigre accovacciata non va disturbata.

 

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