IL LIBRO DI GIULIO TREMONTI – Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone – numero 54, 30 giugno 2016

il

SCENARI – TREMONTI E IL SUO “MUNDUS FURIOSUS”.  ANALISI LUCIDA DELL’ESISTENTE, CRITICA SPIETATA E CONDIVISIBILE ALL’UE, UNA PROPOSTA ISTITUZIONALE RAGIONEVOLE PER L’EUROPA. 

UN MIO DUBBIO, PERO’: DAVVERO, PER AFFRONTARE IL PROBLEMA DELL’UE, E’ IL CASO DI PARTIRE DAL NODO ISTITUZIONALE? FORSE SERVE BATTAGLIA SUI CONTENUTI, PIU’ CHE SUI CONTENITORI. O ALMENO CONDURLE DI PARI PASSO.

E POI QUELLA BATTUTA SULLA THATCHER, PURTROPPO RIVELATRICE DI MOLTE COSE… 

SE SOLO IL CENTRODESTRA ITALIANO FOSSE STATO PIU’ THATCHERIANO E MENO TREMONTIANO…ANALISI RETROSPETTIVA (SPERO “FAIR AND BALANCED”, SICURAMENTE RISPETTOSA) DEL “TREMONTISMO”

 

Nel consenso o nel dissenso, Giulio Tremonti merita vero e pieno rispetto. Nel panorama non sempre – diciamo – intellettualmente appassionante della politica italiana, è senz’altro tra i pochissimi attori che abbia cercato e tuttora cerchi di far discendere le azioni da un pensiero, da una lettura, da una visione, condivisibili o meno che siano.

La sua stessa parabola di ministro, più volte in una posizione chiave nei governi di centrodestra, richiede una rilettura critica “fair and balanced”. Tra difesa e accusa, uno sguardo sereno ed equilibrato porta a dire che una ragionevole verità sta nel mezzo: certamente, in particolare nella fase di governo 2008-2011, il Governo Berlusconi-Tremonti avrebbe potuto fare molto di più in termini di politiche di crescita, ma è pur vero che quell’Esecutivo seppe fronteggiare la fase più nera della crisi mondiale stanziando una massa immensa di denaro (oltre 30 miliardi) in ammortizzatori sociali, limitando fortemente il rischio di una esplosione della disoccupazione, e riuscendo comunque a evitare innalzamenti fiscali: e questo è certamente un merito che va riconosciuto allo stesso Tremonti e a Maurizio Sacconi, allora titolari dei due dicasteri decisivi.

Con la stessa onestà intellettuale, però, proprio a Tremonti e a Sacconi va anche imputata, a mio avviso, una scelta politica di fondo non condivisibile, e secondo me grave e decisiva – in negativo – per la sorte di quella stagione di governo: quella di avere ritenuto non possibile o non opportuno, in costanza di crisi, realizzare riforme radicali, preferendo una politica prevalentemente difensiva, di gestione dell’esistente, di aggiustamenti graduali, con un approccio psicologico – purtroppo – non dissimile da quello che molti di noi hanno (giustamente) rimproverato ai Governi successivi (i quali, Monti in testa, hanno poi aggiunto l’errore capitale di aggravare il quadro fiscale, tagliando le gambe alla domanda interna, e si tratta di una responsabilità incancellabile).

Ma, a ben vedere, anche il Governo Berlusconi-Tremonti 2008-2011, pur esente da quei devastanti errori fiscali, avrebbe potuto essere più coraggioso: stando all’efficace metafora del videogame usata spesso da Tremonti, è vero che quel Governo riuscì a schivare i diversi mostri della crisi, ma ad un certo punto è scaduto il tempo, è arrivato il game over, senza riuscire a vincere. Sappiamo bene, ora, che quel game over fu accelerato e drogato da inaccettabili pressioni esterne, e ciò va denunciato con forza: ma resta il fatto che rimandare i cambiamenti nell’illusione di passare la nottata indenni abbia reso più vulnerabili sia il Paese sia il Governo nel momento in cui sono arrivati – ed era prevedibile che arrivassero – gli attacchi interni ed esterni.

Così, una stagione è finita, la sconfitta è arrivata, e i tre cancri “tasse alte-spesa alta-debito alto” sono rimasti lì. Il bilancio negativo della stagione di governo del centrodestra sta tutta qui, a mio modo di vedere. E’ mancata una capacità (“ideologica” e poi fattuale) di scegliere un punto di vista e farlo proprio in modo radicale: quello della proprietà, del risparmio, del sistema delle piccole e medie imprese, e quindi di adottare finalmente la linea di una terapia-choc, di una frustata in positivo per il rilancio dell’economia, superando calcoli e prudenze difensiviste, e giocando all’attacco con più consistenti tagli fiscali e di spesa.

Ma questo appartiene al passato. Oggi Giulio Tremonti, con lo sguardo dell’osservatore acuto e una prosa peculiare e caratteristica, pubblica per Mondadori un nuovo saggio, Mundus furiosus, seguito e sviluppo ideale dei suoi libri precedenti, e con il medesimo focus sulla crisi dell’Europa (tessera del mosaico della più vasta crisi occidentale) e sui fattori che l’hanno causata e aggravata, dalle migrazioni incontrollate all’altalena finanziaria, passando per la messa in discussione “orizzontale” (nelle piazze fisiche e/o in quelle virtuali) delle autorità tradizionali, degli establishment, delle élites.

Così, un immenso ceto medio impaurito, non appena ne ha l’occasione, fa una cosa che tuttora sorprende i cosiddetti “esperti”, ma è invece naturalissima, e perfino prevedibile: contesta e, se può, rovescia chi è al potere. Succede, in questi anni di passaggio da una dimensione “nota” ad una “non conosciuta”: nel disordine, la rabbia e la paura sono naturaliter più forti della speranza.

Poche osservazioni sintetiche sui tre punti a mio parere più convincenti dell’affresco tremontiano.

  1. Tremonti descrive in modo – a mio avviso – non solo condivisibile ma lucidissimo l’attuale Ue e le sue degenerazioni: il suo sistematico ripiegamento a-democratico (o forse direttamente anti-democratico); il suo disturbo ossessivo-compulsivo che porta l’Ue a (pretendere di) regolamentare tutto, in un autentico delirio burocratico; e, ancora di più, la “ubris“, la presunzione che induce un “sinedrio” di “illuminati” a pensare di poter prescindere da ogni accountability, di poter sistematicamente guidare i popoli prescindendo dalla loro volontà e perfino dal loro coinvolgimento.
  1. Tremonti ha mano felice, in particolare, quando esamina la pretesa europea di normare e regolamentare tutto. Non è solo il solito catalogo delle follie proprie di ogni attività normativa. C’è qualcosa in più, c’è una specie di “horror vacui“: è come se, per gli euroburocrati non fosse ammissibile uno spazio “libero”, cioè semplicemente “non regolato”. E’ come se qualcuno avesse impostato da anni una folle equazione per cui “non normato” fosse e sia sinonimo di “illegale”. E’ evidente che, se si vuole recuperare uno spazio vitale per cittadini e imprese, questo labirinto va scardinato e smantellato: una semplice “manutenzione” non solo non basterebbe, ma sarebbe tecnicamente improponibile. E il paradosso è che questa normazione così capillare, minuta, ramificata, è costantemente a rischio di essere superata, anacronistica, inevitabilmente superata da quei mutamenti che pure cerca ottusamente di inseguire, in una rincorsa impossibile.
  1. Appare infine molto ragionevole, in termini di riforma istituzionale europea, la proposta di una “confederazione”, che rinunci all’imposizione di una rigida uniformità e riconosca realisticamente le diversità esistenti.

Personalmente, però, mi resta un dubbio che definirei “thatcheriano”. Non credo, a questo punto, che si possa puntare su “attrezzi” istituzionali per condurre una battaglia politica liberale in Europa. O meglio: a me pare che la battaglia politica sui “contenuti” debba avere priorità su quella relativa ai “contenitori”. O, per dirla in termini meno perentori, che almeno vadano condotte insieme, e che, senza la prima, la seconda risulti inutile. Il punto essenziale (il punto “thatcheriano”) è che non puoi confidare tanto sulle geometrie istituzionali, se non hai lavorato per rafforzare con alleanze efficaci le posizioni pro-mercato, anti-pubblico, anti-dirigismo. E le istituzioni devono essere ricondotte alla loro natura: quella di mezzi per realizzare questi obiettivi (o almeno per non sabotarli, comprometterli, danneggiarli), non il contrario, con l’Ue divenuta ormai un fine in sé.

Ps: A proposito di Margaret Thatcher. A pagina 45 del suo volume, Tremonti fa una battuta sarcastica verso la Lady di Ferro (battuta che peraltro l’ex ministro aveva già proposto in un suo recente discorso parlamentare). In sintesi: ciò che l’Europa chiede compulsivamente alla Grecia, non l’avrebbe chiesto neppure la Thatcher. Ora, a parte il fatto che la povera Thatcher si rivolterebbe nella sua tomba (con movimenti ondulatori e sussultori) se solo potesse immaginare di essere accostata agli euroburocrati, resta l’antica lezione freudiana per cui le battute rivelano qualcosa, specie nelle persone intelligenti come Tremonti. Davvero il modello Thatcher (taglio di tasse, taglio di spese, privatizzazioni, liberalizzazioni) merita una pur garbata ironia, sia pure riferita (e qui a Tremonti non si può dar torto) allo scombiccherato negoziato tra Atene e Bruxelles? Sinceramente, io penso che il nome della Thatcher non dovrebbe essere pronunciato invano dal centrodestra italiano. E penso anche che se il centrodestra italiano fosse stato più “thatcheriano” e meno “tremontiano”, oggi saremmo tutti in una condizione migliore. Incluso il professor Tremonti, adesso autore di un bel libro, che merita davvero di essere letto e apprezzato.

 

INVITO A CONVEGNO

Il 7 luglio, organizziamo questo convegno. Chi desideri partecipare, può preannunciarlo scrivendo a questa mail oppure a d.capezzone@gmail.com

Grazie!

 

Convegno

BANDA LARGA: NEOSTATALISMO LARGO E USO LARGO DI DENARO PUBBLICO?

7 luglio 2016 – ore 10/13

Camera dei Deputati – Sala del Mappamondo 

(ingresso da Piazza del Parlamento 24)

Introducono e coordinano i parlamentari:

Massimo Corsaro e Daniele Capezzone

 

Intervengono:

-Raffaele Barberio, direttore Key4biz

-Lorenzo Castellani, direttore scientifico Fondazione Einaudi

-Franco Debenedetti, presidente Istituto Bruno Leoni

-Luigi Gabriele, associazione consumatori Codici

-Pietro Paganini, direttore generale Fondazione Einaudi

-Giuseppe Pennisi, economista, consigliere Cnel, editorialista

-Massimiliano Trovato, Istituto Bruno Leoni

-Francesco Vatalaro, Università di Roma Tor Vergata, docente di telecomunicazioni

  

GRAFFI

 

Giuditta è una gattina buonissima, ma ogni tanto graffia. Nel tempo libero, essendo una micia British, è disponibile a dare ripetizioni di inglese al Primo Ministro italiano e ai suoi amici (etruschi e non).

La frase di oggi è: “out of one’s mind”

Per dire che uno è pazzo, è fuori di sé, anche gli inglesi possono dire che è “fuori di testa”. Esempio: Renzi seems out of his mind, after his defeat in the last local elections…

 

***

Domani recensione di un importante libro non italiano, un classico da riscoprire nella sua assoluta attualità. Lasciamo un po’ di suspense su titolo e autore…

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Chi non desideri più ricevere questa newsletter può inviare una mail a  d.capezzone@gmail.com

 

 

 

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