Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone – numero 45, 17 giugno 2016 – IL LIBRO DEL VENERDI’

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IL LIBRO DEL VENERDI’ – IL MANIFESTO DI GROVER NORQUIST: “LASCIATECI IN PACE!”

GUIDA A UN CENTRODESTRA CAPACE DI DIRE: MENO TASSE, MENO SPESA, MENO STATO, MENO PUBBLICO.

DUE COALIZIONI IN CAMPO: LA COALIZIONE “LASCIATECI IN PACE” CONTRO LA COALIZIONE DEI “PRENDITORI-ESPROPRIATORI”.

QUI DA NOI, RICETTA NECESSARIA, ANZI INDISPENSABILE. UN SOLO TIMORE: IN ITALIA SIAMO GIA’ (PER LIVELLI DI SPESA, DI INTERVENTISMO, E QUINDI DI DIPENDENZA DAL “PUBBLICO” DI PEZZI DI SOCIETA’) OLTRE IL PUNTO DI NON RITORNO?

Il venerdì, Giuditta’s files consiglia e recensisce un libro, spesso non italiano.

Nelle scorse otto settimane, ci siamo occupati di:

-“The end of the alchemy”, di Mervyn King, ex Governatore della Banca d’Inghilterra  https://goo.gl/qwBxOk

-“Jack Kemp, the bleeding-heart conservative who changed America” di Morton Kondracke e Fred Barnes  https://goo.gl/O1gEuA

-“Why vote Leave”, di Dan Hannan, eurodeputato Conservatore e leader AECR  https://goo.gl/YFpSQ6

-“The conservative heart” di Arthur C. Brooks, presidente dell’American Enterprise Institute https://goo.gl/2Qy12K

-“Blue collar conservatives”, di Rick Santorum https://goo.gl/Za6dzW

-“Winter is coming – Why Vladimir Putin and the enemies of the free world must be stopped” di Garry Kasparov https://goo.gl/ZGql5I

-“The Churchill factor – How one man made history”, di Boris Johnson https://goo.gl/SCMyog

-“Machiavelli on modern leadership – Why Machiavelli’s iron rules are as timely and important today as five centuries ago” di Michael Ledeen https://goo.gl/PtoKKg

Questa settimana ci occupiamo di “Leave us alone – Getting the government’s hands off our money, our guns, our lives” di Grover Norquist, presidente di Americans for Tax Reform  

Buon fine settimana, e ci rileggiamo lunedì.

***

Un’ispirazione sicura e forte, oltre che di immediata comprensibilità popolare, per un centrodestra liberale, innovativo e riformatore può venire dall’americano Grover Norquist, animatore e leader di Americans for tax reform, l’associazione anti-tasse e pro-contribuenti che sottopone da anni a candidati ed eletti statunitensi (e, in particolare per gli eletti repubblicani, si tratta di un must pressoché imprescindibile) il Taxpayer Protection Pledge, e cioè un impegno scritto solenne a non votare mai e in nessun caso aumenti di pressione fiscale e spesa pubblica, e anzi a operare nella direzione opposta.

Qui da noi, i giovani animatori del Tea Party Italia importarono il meccanismo alle elezioni del 2013, quando in pochissimi firmammo il pledge: ho avuto l’onore di essere il primo candidato italiano a sottoscriverlo, e, da eletto, ho scrupolosamente operato in questa direzione. Mi auguro che alcuni altri ricordino almeno vagamente di averlo firmato…

Norquist in persona mi fece l’onore di tenere insieme una conferenza in Italia nel 2013, e poi tornò una seconda volta a Roma (grazie all’impegno e alla generosità dell’amico Lorenzo Montanari, colonna italianissima di Americans for Tax Reform) l’estate scorsa, per un convegno con Raffaele Fitto nel quale illustrammo le proposte fiscali dei Conservatori e Riformisti.

In entrambe le occasioni, Norquist spiegò bene perché un partito e una coalizione farebbero bene a connotarsi in tal senso: con una scelta del genere, un movimento politico non solo farebbe del bene ai contribuenti e all’economia nazionale, ma farebbe anche del bene a se stesso, rendendosi immediatamente identificabile per una proposta politica semplice, chiara, comprensibile a tutti: “meno tasse”. Per dirla in termini di marketing (ma qui è più che sufficiente un po’ di puro buon senso), il branding sarebbe garantito: nello scaffale del supermercato della politica, pur in mezzo a mille prodotti, diventeresti subito riconoscibile, senza bisogno di inseguire formule vaghe e politiciste o di inventarsi chissà quali complicate alchimie.

Il libro “Leave us alone” (in italiano: lasciateci in pace”) è la sintesi, il manifesto non solo economico, ma politico e culturale di Norquist. Non è solo una questione di tasse, quindi: serve un più generale arretramento dello Stato, un ridimensionamento del perimetro del “pubblico”, e una rinnovata fiducia nella capacità degli individui, delle famiglie e delle imprese di fare da sé, alleggeriti dal peso di uno Stato onnipresente e invasivo.

Quella proposta da Norquist, dunque, non è (solo) una politica economica, ma una politica, a tutto tondo. Significa assumere un punto di vista: quello dei taxpayers, cioè dei contribuenti; quello delle imprese, specie medie e piccole; quello dei lavoratori autonomi, e insieme dei lavoratori dipendenti del privato; di tutti gli “outsider” rispetto al perimetro dei privilegi e delle tutele esistenti; di tutti quelli che vivono nella trincea non protetta del mercato, della competizione, del rischio.

Questo non vuol dire essere ideologicamente e ossessivamente ”contro” il governo, in una prospettiva anarcoide: vuol dire puntare a limitarne il ruolo. Non vuol dire essere contro i dipendenti pubblici: anzi, la parte più dinamica e qualificata del pubblico impego (in particolare, dice ad esempio Norquist, quella che lavora per difendere la libertà e la proprietà, quindi forze dell’ordine, forze armate, forze di polizia, e non solo) è naturalmente parte della “Leave us alone-coalition”, cioè del modello di centrodestra immaginato da Norquist. Ma un centrodestra moderno deve capire che il tema non è “essere moderati”, non è puntare verso il “centro” inteso come una sorta di “luogo geografico”: al contrario, si tratta di seguire con coerenza e radicalità una linea-guida che sia facilmente riconoscibile da una maggioranza sociale che, in genere, esiste nei Paesi dell’Occidente avanzato.

Norquist è molto convincente quando include nella sua coalizione anche aree (cita esplicitamente gli elettori omosessuali, per fare un esempio) che troppo facilmente vengono in genere attribuite alla sinistra, o che le destre più becere aggrediscono immaginandole elettoralmente “perse”. Perché mai, si chiede? Anche i cittadini omosessuali pagano le tasse, sono proprietari di un’abitazione, hanno risparmi e investimenti. La linea di confine, per un centrodestra intelligente, deve essere quella: difendere e promuovere per tutti una politica che riduca il peso dello Stato nella tua casa e nel tuo portafogli. Lo spartiacque deve essere un chiaro no a qualunque espansione del settore pubblico, e, simmetricamente, anche alla pretesa di risorse pubbliche per sostenere il proprio gruppo, la propria area, la propria categoria.

Questo è un punto – a mio avviso – molto convincente. Usciamo da un secolo in cui la parola “individuo” era quasi impronunciabile, specie in Europa, a beneficio di parole e concetti (minacciosamente scritti in maiuscolo: Stato, Chiesa, Partito, Sindacato) riferiti a entità pubbliche o collettive, a cui la cultura dominante attribuiva sistematicamente l’ultima parola. Ora è venuto il momento di imporre un diverso “bipolarismo”, che metta in discussione e sparigli le carte rispetto alle vecchie destre e alle vecchie sinistre: mi riferisco a un nuovo auspicabile bipolarismo tra chi vuole allargare la sfera della decisione individuale e privata, e chi – al contrario – vuole potenziare la sfera della decisione pubblica o collettiva. Qui sta il punto.

Ma torniamo a Norquist, che non si limita alla riflessione teorica, e si fa carico anche di indicazioni molto concrete. Non solo sul piano dei contenuti: tagliare tasse e spesa (attraverso lo strumento impegnativo del pledge), aggredire la tassazione su risparmi e investimenti proprio per creare una società di proprietari-risparmiatori-investitori naturalmente interessati a non essere torchiati dallo Stato. Ma anche sul piano del metodo da seguire: ad esempio, è essenziale che un governo preveda più tagli di tasse al ritmo di uno all’anno, per più anni, in modo che tutte le diverse aree sociali si sentano rassicurate sul fatto che, se non quest’anno, almeno il prossimo o il successivo toccherà certamente a loro (lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti, imprese, eccetera).

E Norquist aggiunge anche pagine che il centrodestra europeo dovrebbe imparare a memoria sulla formazione dei giovani, elogiando in modo speciale quelle organizzazioni statunitensi (Norquist cita la più nota: il Leadership Institute) che si dedicano non solo al training dei candidati adulti, ma anche ad aiutare i ragazzi a formare club e circoli già nei college, per battersi da subito nella palestra delle idee e della ricerca del consenso.

Norquist non dimentica gli avversari, naturalmente. Contro la “Leave us alone-coalition” c’è un’altra coalizione, quella delle sinistre tradizionali, che Norquist chiama perfidamente la “Takings coalition”, cioè, per tradurla in modo comprensibile, la coalizione dei prenditori-espropriatori. Norquist non insulta, ma descrive gli obiettivi (e i vizi) delle sinistre tradizionali: redistribuire, cioè prendere da qualcuno per dare a qualcun altro, con un’enfasi che fatalmente si sposta dal momento della creazione della ricchezza (come sarebbe invece necessario) a quello del suo spostamento-trasferimento-redistribuzione. Chi fa parte di questa coalizione? Sindacalisti, apparati pubblici e parapubblici, ma anche imprese sussidiate e assistite, e pure chi è in una condizione di dipendenza dal welfare e dai benefici pubblici, più (e qui la descrizione è giustamente spietata) quelle organizzazioni “non governative” che in realtà sono ormai “ultragovernative”, perché vivono di risorse pubbliche.

Norquist ha mano felice, e purtroppo giustamente severa, quando addita per l’America il pericolo di essere progressivamente risucchiata verso l’errore storico europeo, e cioè quello di accettare una crescente dipendenza dalla politica, dal pubblico, dallo Stato, di aree-chiave della società, come sanità, scuola e pensioni. L’obiettivo della sinistra è – troppo spesso – quello di rendere un numero maggiore di elettori più dipendenti dalla mano pubblica; l’obiettivo di un centrodestra intelligente dovrebbe essere quello – diametralmente opposto – di aiutare i cittadini a ridurre l’attesa, l’aspettativa, la dipendenza da uno Stato costoso, inefficiente, onnipresente, impiccione.

E in Italia? Da dirigente politico, segnalo il coraggio con cui la piccola e neonata avventura dei Conservatori e Riformisti segue le indicazioni di Norquist: l’impegno antitasse, la nostra proposta di choc fiscale (48 miliardi di tasse e spesa pubblica in meno, con emendamenti tecnicamente ammissibili: quindi la cosa è fattibile, serve la volontà politica). Ma da osservatore disincantato, mi pongo una domanda di fondo, non carica di angoscia: non sarà che in Italia, siamo già – per livelli di spesa, di interventismo, e quindi di dipendenza dal pubblico – oltre il punto di non ritorno? Cioè oltre il punto al di là del quale è sempre più difficile coagulare una maggioranza di elettori liberi da quella dipendenza? La sensazione, dopo tante occasioni colpevolmente mancate a destra e a sinistra, è che tocchi a una minoranza provare molto faticosamente a riaprire la strada, consentendo – se e quando una circostanza storica lo consentirà – anche a una maggioranza di cogliere un’eventuale occasione.

***

 Chi non desideri più ricevere questa newsletter può inviare una mail a  d.capezzone@gmail.com

 

 

 

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