Giuditta’s files, la newsletter di Daniele Capezzone – numero 35, 3 giugno 2016

il

IL LIBRO DEL VENERDI’ – BORIS JOHNSON E LA SUA BIOGRAFIA DI WINSTON CHURCHILL. UN UOMO PUO’ CAMBIARE LA STORIA, SEGNANDO IL SUO TEMPO E ANCHE LE EPOCHE SUCCESSIVE.

UN GIGANTE DELLA POLITICA (E DELLA LETTERATURA): E UN UOMO SINGOLARISSIMO, ECCENTRICO, FUORI DA OGNI NORMA, A CUI OGGI (C’E’ DA TEMERE) NESSUNO ASSEGNEREBBE UN INCARICO PUBBLICO.

LA POLITICA OGGI? TROPPO SPESSO E QUASI OVUNQUE, MANCA IL TEMPO (SPECIALMENTE INTERIORE) DELLA RIFLESSIONE DI FONDO, E SOPRATTUTTO IL CORAGGIO DELLE SCELTE RADICALI, DIFFICILISSIME, IMPOPOLARI, CONTROCORRENTE. COSA RESTA, ALLORA? UN FLUSSO MEDIATICO INCONSISTENTE CHE ANNACQUA, CONFONDE, SPEZZETTA, DILUISCE…

Il venerdì, Giuditta’s files consiglia e recensisce un libro, spesso non italiano.

Nelle scorse sei settimane, ci siamo occupati di:

-“The end of the alchemy”, di Mervyn King, ex Governatore della Banca d’Inghilterra  https://goo.gl/qwBxOk

-“Jack Kemp, the bleeding-heart conservative who changed America” di Morton Kondracke e Fred Barnes  https://goo.gl/O1gEuA

-“Why vote Leave”, di Dan Hannan, eurodeputato Conservatore e leader AECR  https://goo.gl/YFpSQ6

-“The conservative heart” di Arthur C. Brooks, presidente dell’American Enterprise Institute https://goo.gl/2Qy12K

-“Blue collar conservatives”, di Rick Santorum https://goo.gl/Za6dzW

-“Winter is coming – Why Vladimir Putin and the enemies of the free world must be stopped” di Garry Kasparov https://goo.gl/ZGql5I

Questa settimana ci occupiamo di “The Churchill factor – How one man made history” di Boris Johnson.

Buon fine settimana, e ci rileggiamo lunedì.

***

Boris Johnson è forse il politico inglese in attività più noto all’estero, dopo David Cameron. E’ stato sindaco di Londra fino a poche settimane fa, e oggi guida con vigore il fronte pro-Brexit. I media italiani, al massimo, ne sottolineano la capigliatura (effettivamente eccessiva: una sfida britannica al parrucchiere di Trump?) e alcune battute (eccessive anche quelle…). Ma siamo dinanzi a una personalità complessa, singolare, interessantissima. Il suo profilo non ha i contorni di un neo-isolazionismo, ma di un euroscetticismo colto e cosmopolita. Poliedrico scrittore e giornalista, prima inviato a Bruxelles del Telegraph e poi direttore dello Spectator, resta leggendario il suo ritardo nell’inviare i pezzi, ma è memorabile la sua galleria di articoli fiammeggianti contro l’euroburocrazia. A questo retroterra, Johnson aggiunge un’energia personale e un tratto di stravaganza, di “follia” positiva, che lo rendono naturalmente popolare e diverso rispetto alle tradizionali figure politiche. Forse sta qui (varrà la pena di parlarne, prima o poi) una carta che i movimenti di centrodestra nel mondo devono valutare: tentare di superare, attraverso l’afflato umano, la naturale “freddezza” di alcune proposte politiche liberalconservatrici. E’ possibile che Johnson perda il referendum del 23 giugno prossimo, ma la sua potrebbe anche rivelarsi una “sconfitta vincente”, perché avrà dimostrato che una parte consistente dei conservatori sta con lui. Lo scopriremo presto.

Nei panni di scrittore, Johnson ha già all’attivo nove libri, il più noto dei quali è una notevole biografia di Winston Churchill. La tesi sta nel sottotitolo del volume (“how one man made history”): siamo dinanzi a un uomo, a un solo uomo, che ha fatto la storia, segnando il suo tempo e anche l’epoca successiva. Rispetto alla più tradizionale storiografia, che tende a sottolineare gli elementi “oggettivi” o “collettivi”, Johnson, da liberalconservatore, crede invece nel valore soggettivo per eccellenza, cioè nel ruolo degli uomini, e, in questo caso, nel “fattore Churchill”, nel fatto che un uomo sia stato individualmente capace di fare la differenza, di mutare il corso delle cose.

E non si tratta solo della Seconda Guerra Mondiale (ci verrò tra poco), ma di molto altro: dalla nascita dello Stato di Israele all’assetto mondiale post-bellico, dal Medio Oriente alla relazione speciale con gli Stati Uniti.

Certo, la pagina centrale è la sfida al nazismo. Qui Johnson ha mano felice partendo dalla celebre riunione (fine maggio del 1940), durata tre giorni, del Gabinetto di guerra del Governo inglese. Restare o no in una guerra che appare già irrimediabilmente persa per l’Inghilterra? Oppure tentare un accordo, un appeasement, sia pure umiliante, per salvare il salvabile? Oggi, 76 anni dopo, sappiamo come sia andata la storia, ma Johnson è abilissimo a collocare il lettore nella situazione di allora…L’avanzata di Hitler sembra irrefrenabile, in quel momento. Sotto il tallone nazista, sono già cadute, in ordine sparso: Austria, Cecoslovacchia, Polonia, Norvegia, Danimarca, Olanda e Belgio. La Francia sta per capitolare. L’Italia è pronta a sostenere la Germania. La Russia si muove ancora nella logica del Patto Ribbentrop-Molotov. L’America è ancora distante dal conflitto. L’Inghilterra appare quindi isolatissima, fragile, senza alleati, con un destino segnato. Tutti hanno ben conosciuto (appena 22 anni prima) gli orrori della Prima Guerra Mondiale: Churchill stesso ha vissuto il campo di battaglia, uccidendo e rischiando più volte di essere ucciso, dando prova di un enorme coraggio personale. Dentro il War Cabinet, Churchill sembra quindi accerchiato. E’ Primo Ministro da appena tre settimane, peraltro dopo una vicenda parlamentare contestatissima; lo sostengono, a quel tavolo, liberali e laburisti, mentre sconta tutta la freddezza dei conservatori (che aveva lasciato anni prima a favore dei liberali, salvo poi ritornare nel partito, ma subendo accuse sanguinose: avventuriero politico, voltagabbana, opportunista senza principi); l’autorevole Lord Halifax, ministro degli esteri, sostiene una proposta di “mediazione” avanzata dall’Italia; il grosso della società inglese chiede l’appeasement; i maggiori giornali inglesi vogliono un negoziato, e addirittura allontanano gli editorialisti e i commentatori di opinione diversa; l’ambasciatore americano in Inghilterra, Joe Kennedy (il padre di JFK) spinge per un accordo con i nazisti. Contro tutto questo, con un intervento memorabile che Johnson ricostruisce dai verbali del War Cabinet, Churchill (che, da Primo Ministro, è soltanto un primus inter pares) convince tutti che non si può cedere: occorre combattere e non negoziare; l’Inghilterra sarà altrimenti ridotta alla condizione di Stato-schiavo, con un governo fantoccio filo-nazista. Churchill sa che la sua alternativa a una pace umiliante è il rischio di una strage di innocenti: e infatti in un anno la Gran Bretagna conterà 30mila morti. Eppure tiene duro. E sappiamo come finirà la Guerra, alcuni anni dopo.

Johnson sa che la storia non si fa con i “se” e i “ma”, eppure si esercita sullo scenario di un eventuale cedimento, qualora Churchill non avesse imposto la sua linea in quel maggio del 1940. Forse Hitler, avendo mano libera in tutta Europa, avrebbe potuto anticipare l’attacco alla Russia, con più chances di essere vincente. Per altro verso, l’anticipazione dei tempi avrebbe forse trovato gli americani ancora fermi su posizioni di isolazionismo e non interventismo. Naturalmente, è difficile seguire la catena dei “se”: ma non è fuori luogo dire che, senza l’ostacolo Churchill, i nazisti avrebbero avuto una enorme opportunità di imporsi ovunque e subito.

Come si sa, dopo la Guerra, pur celebrato come un eroe assoluto, Churchill perde le elezioni a vantaggio dei laburisti. E’ la grandezza della democrazia inglese, che onora il suo campione come un gigante morale, ma al tempo stesso ritiene di voltare pagina.

Il libro di Johnson è un’autentica miniera, dalla quale seleziono poche altre pietre preziose. Intanto, il profilo umano di Churchill: il suo essere conservatore nei principi ma liberale nel “sentire”; l’indulgenza sulle questioni sessuali altrui; l’attenzione alla povertà e alle questioni sociali; e, ancora più personalmente, la lotta contro depressione e balbuzie (eppure sarà un oratore magico, ciceroniano); la relazione con il padre, caduto politicamente in disgrazia, morto di sifilide, dal quale il giovane Churchill si sente disprezzato e non compreso; il rapporto con i collaboratori, tra sfuriate tiranniche, ritmi di lavoro impossibili, e improvvisi slanci di generosità; una estraneità assoluta alla vita ordinaria delle persone comuni (Johnson ritiene che Churchill non abbia mai preso un bus in tutta la sua vita) eppure una istintiva e vera simpatia per gli altri; i vizi e l’irascibilità; la tendenza a usare cinicamente gli interlocutori per i suoi disegni politici; la concezione utilitaristico-dispregiativa dei partiti come “cavalli da scegliere” per andare più lontano e più veloce…

E poi il capitolo dedicato alla sua produzione letteraria. Tutti ricordano il Premio Nobel vinto da Churchill nel 1953. Ma pochi sanno che Churchill, fonte inesauribile di energia e autentica macchina da lavoro, ha scritto 31 libri, a cui si sommano, in circa 65 anni di carriera ininterrotta, 18 volumi (8.700 pagine) di discorsi, più una immensa mole di lettere, documenti, e altro materiale. Tanto per dare un’idea, a soli 25 anni (Churchill muore a 90 anni), ha già scritto 5 libri, più innumerevoli articoli da inviato in zone di guerra, oltre a essere già parlamentare e affermato conferenziere.

Ovviamente scrive tutto personalmente, con una tecnica che lascia esterrefatti: interminabili sessioni di dettatura (spesso notturne, a volte dalla vasca da bagno!) di periodi complessi, articolati, di architetture linguistiche elaborate, con i poveri segretari e segretarie strapazzati in caso di errori di comprensione o di battitura; poi, una lunga fase di accurata e minuziosa correzione personale a penna, con integrazioni, arricchimenti e precisazioni lessicali… Pur con un processo di elaborazione così dispendioso, Churchill ha scritto più di Dickens e Shakespeare messi insieme, percorrendo nel frattempo un impegno politico e parlamentare senza sosta…Tutto ciò lascia letteralmente senza fiato. Al suo vocabolario colossale e multiforme si debbono invenzioni linguistiche entrate nel linguaggio di tutti: l’uso del latino “summit” per indicare un vertice, o le espressioni “Medio Oriente” e “cortina di ferro”, solo per fare pochi esempi.

Johnson, infine, è efficace nel descrivere anche gli aspetti che oggi apparirebbero scandalosi, non solo eccentrici. Per i gusti del “politicamente corretto” di questi nostri anni (non solo a sinistra, ahimé…), Churchill potrebbe essere descritto, nell’ordine, come: un razzista, un sessista, un misogino, un affarista, un uomo in conflitto di interessi, “ovviamente” un imperialista e un sionista, e pure un cultore dell’eugenetica. E – ironizza Johnson – con i canoni di oggi c’è da dubitare sul fatto che qualcuno potrebbe assegnare ad una personalità così singolare ed eccentrica un qualunque incarico pubblico.

Se mi è consentito andare oltre le riflessioni di Johnson, c’è da meditare su cosa rischi di diventare oggi la politica. Una personalità come quella di Churchill nasce una volta in uno-due secoli: questo è chiaro. Ciò che preoccupa, oggi, è che troppo spesso e quasi ovunque, anche i massimi leader occidentali, al di là della loro personale e più o meno adeguata statura, rischiano di non avere il tempo (specialmente interiore) della riflessione di fondo. E quindi – meno che mai – di non avere il coraggio di scelte radicali, difficilissime, impopolari, controcorrente. Cosa resta, allora? Un flusso mediatico inconsistente che annacqua, confonde, spezzetta, diluisce…Una specie di talent-show, di “X-factor” permanente in cui si vota per chi ti fa simpatia in un momento, per chi ottiene quella sera un tuo “like”. Senza impegno e senza pensiero.

Lo dico con dolore, senza alcun desiderio di scherzare o sdrammatizzare. Se oggi un Gabinetto di guerra fosse riunito da qualche parte (figurarsi: per tre giorni consecutivi…), ogni mezz’ora ci sarebbe un addetto stampa che busserebbe alla porta dicendo: serve una battuta per i tg, più un tweet da lanciare e un post da pubblicare su Facebook…

 

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 Chi non desideri più ricevere questa newsletter può inviare una mail a  d.capezzone@gmail.com

 

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